Abolizione delle Province, passa il ddl Delrio

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di Lapo Mazzei

Doveva essere un governo da corsa, quasi da Formula Uno. Almeno questa era l’intenzione del premier Matteo Renzi. Ma la realtà dei fatti ha riportato tutti sulla terra. E così anche l’ex Rottamatore si è dovuto adeguare alle regole della casa, scoprendo quanto sia già un fatto positivo questo incedere felliniano dell’esecutivo: e la nave va. E sì, perché per far approvare dal Senato il maxi emendamento al disegno di legge che prevede l’abolizione delle Province, messo a punto dall’uomo ombra di Renzi, il sottosegretario Graziano Delrio, prima di tutto è stato necessario ricorrere al voto di fiducia – segno tangibile di debolezza – e poi i numeri non sono cosi confortanti. Il governo ha ottenuto 160 sì e 133 no a fronte di 196 presenti. Il 25 febbraio scorso, giorno della fiducia al primo governo Renzi, i voti a favore erano stati 169 contro 139 contrari. Sulle province, quindi, sono mancati all’appello nove voti e solo grazie all’aiuto di Pier Ferdinando Casini il governo ha superato l’ostacolo. Non solo.
Con il voto del Senato sul maxiemendamento al ddl Delrio il governo Renzi ottiene la sua quarta fiducia, dopo aver incassato le prime due, programmatiche. La quarta c’è stata alla Camera sul decreto missioni, con 325 sì, 177 no, 2 astenuti. In solo mese l’esecutivo speedy Gonzales si è già trasformato in una lumaca. E poi c’è la qualità del voto, che va al di là dei numeri, tema sul quale converrà riflettere bene. Perché il taglio delle Province non è ancora un dato di fatto, ma un’idea in attesa di conferma.
Il provvedimento, infatti, essendo stato modificato nel passaggio legislativo al Senato, torna ora alla Camera in terza lettura. Non a caso dopo il voto con brivido di ieri l’altro in commissione, il governo ha deciso di non rischiare e ha optato per la fiducia con una riunione del Consiglio dei ministri nella mattinata di ieri. Per Renzi si è trattato di una bella doccia scozzese.

Voti contrari e distinguo
E dire che prima del voto finale il presidente del Consiglio ha provato a serrare le fila, consapevole dell’importanza della posta in palio, lanciando su Twitter il mantra del giorno: «Oggi giornata importante per le Province e riunione chiave stasera su Senato e Regioni. Stamani nelle scuole, destinazione Calabria». Dove non è andata proprio bene vista la dura contestazione con la quale è stato accolto. «Siamo consapevoli che alcune Province lavorano bene, ma dare un segnale chiaro forte e netto, con tremila posti per i politici in meno, è la premessa per dare speranza e fiducia ai cittadini e non è un caso che la riduzione di costi e posti della politica è la premessa per restituire 80 euro ai cittadini» ha detto Renzi a Scalea.
Al di là dei soliti proclami e trionfalismi, nonostante il duro richiamo all’ordine da parte del capo dello Stato – «I tagli alla spesa pubblica non possono essere indiscriminati» ha sostanzialmente detto Giorgio Napolitano – c’è da fare i conti con le fibrillazioni interne alla maggioranza. Politicamente, infatti, il ddl ha evidenziato forti criticità da parte di alcuni senatori del gruppo Per l’Italia, che al momento del voto si è spaccato. Tito Di Maggio e Maurizio Rossi hanno annunciato nelle loro dichiarazioni in Aula il loro dissenso. Il primo non ha partecipato al voto, il secondo ha invece votato contro. Il resto del gruppo non ha nascosto scontento («Avremmo auspicato un provvedimento più incisivo» ha spiegato il capogruppo Lucio Romano), ma alla fine ha optato per la linea della “responsabilità”. Tiepido anche il sostegno del gruppo di Scelta civica, soprattutto nel merito – «Ci sono criticità che non possiamo non vedere» osservava il capogruppo Gianluca Susta – mentre si conferma il sostegno al governo con il sì alla fiducia. Il resto della maggioranza ha assicurato invece pieno appoggio tanto al provvedimento quanto alla sua cifra politica più ampia. «Il ddl Delrio sulle province è il primo tassello di un complesso di riforme istituzionali che dimostrano che c’è una forte idea di cambiamento. E quando il processo di riforme istituzionali sarà terminato, la forma dello Stato italiano sarà diversa”, afferma il presidente dei senatori del Pd Luigi Zanda. D’accordo con lui il senatore Ncd, Antonio D’Alì: «È il primo gradino nella scala delle riforme che ci accingiamo a scalare». Di segno opposto le opposizioni: da M5S a Sel, dalla Lega Nord a Fi e Gal. Per la senatrice azzurra Anna Maria Bernini si tratta di un «ulteriore raggiro di pubblicità ingannevole di Renzi nei confronti degli italiani» mentre per Giovanni Mauro di Gal «dal premier viene solo propaganda».