Addio al regista di Solidarnosc. Morto a 90 anni il maestro polacco Andrzej Wajda. Una carriera intrecciata con la storia del suo Paese

di Vittoria Patanè
Cultura

La festa del Cinema di Roma dovrà fare a meno del maestro polacco Andrzej Wajda. L’artista polacco, 90 anni compiuti lo scorso mese di marzo, era atteso nella Capitale per essere celebrato con la sua ultima fatica, Afterimage: l’ultima storia sulle storture del suo paese. È morto nella notte tra domenica e lunedì.
Figlio di un ufficiale di cavalleria abbattuto dal fuoco nemico nel corso del secondo conflitto mondiale, è stato anche lui un soldato. Tra l’altro decorato al valore. La sua carriera comincia alla fine della guerra quando decide di iscriversi al corso di pittura dell’Accademia di Belle Arti. Poi il trasferimento alla Scuola di cinema di Lodz. Proprio qui si sono formati i maggiori talenti del cinema polacco. L’esordio vero e proprio nel 1954 grazie ad Aleksander Ford che lo lanciò nel film Generazione dedicato alla delusione post bellica. Un’opera che in una Polonia comunista aveva già un certo peso.A rischio censura, riuscì comunque ad approdare nelle sale; soltanto grazie a uno stile sobrio e ai tanti espedienti metaforici che hanno permesso di poter fare a meno della denuncia diretta. Prima ancora aveva preso parte ad alcuni cortometraggi.

IMPEGNO SENZA SOSTA – La carriera di Wajda si fregia di oltre 50 titoli. Il grande salto definitivo sotto le luci della ribalta nel 1958 alla Mostra di Venezia con Cenere e diamanti che si aggiudica il premio della critica. Ma anche I dannati di Varsavia aveva già conquistato grande attenzione nel mondo cinematografico dell’epoca. Di titoli da ricordare ce ne sono tanti altri ancora come Tutto in vendita che nel 1968 rappresenta prima di tutto un omaggio al ribellismo giovanile dedicato all’amico Cybulski appena scomparso. Negli anni successivi ancora film a raffica con Caccia alle mosche, Il bosco di betulle, Paesaggio dopo la battaglia. Non c’è solo il cinema nella vita del maestro polacco che sin dagli anni ‘50-’60 si è schierato apertamente in campo politico come una delle voci più critiche all’interno del Partito Comunista. Wajda fu uno dei più accaniti sostenitori e ambasciatori internazionali di Solidarnosc. La sua carriera artistica si è sempre intrecciata con quella della storia del suo paese. Negli anni di Solidarnosc sfidò ancora la censura del Partito con L’uomo di marmo e dopo ancora L’uomo di ferro (Premio Oscar alla carriera), in cui fa un’apparizione il leader di Solidarnosc Lech Walesa nella parte di se stesso. Impossibile non citare Katyn, una denuncia autobiografica in cui racconta delle fosse in cui la polizia segreta di Stalin occultò i corpi di 22 mila ufficiali e soldati sterminati nel 1940 per dare un colpo al patriottismo polacco. Tra quei corpi anche quello di suo padre.