Adesso il Pdl butti giù il governo

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di Maria Giovanna Maglie

Che vorrebbero fare i ministri di Enrico Letta che purtroppo mannaggia sono ancora esponenti ed eletti del Pdl, mentre arrivano macerati dallo stress a Palazzo Grazioli, convocati dal Cav che non si sa se ieri sera si è sentito più di lotta o di governo, incazzato come una iena e pronto a chiedere ai baldi dell’esecutivo che cavolo ci stanno a fare con i posteriori sui rispettivi ministeri se non lo tutelano in alcun modo? Elementare Watson, come si dice a Roma se vorrebbero ammazza’, perché gli piace tanto di fare i ministri del governo che non c’è, ma è un sacco di larghe intese e di servizio, e vai con la guerra agli ogm e alle sigarette, visto che di guerra alla Merkel e alle puttanate che ci impone l’Europa non se ne parla nemmeno.
Li capisco, pur essendo una che il governo Letta lo farebbe scomparire per magia con un soffio, e un soffio basterebbe, vista la sua totale ininfluenza e leggerezza dell’essere. Li capisco perché peggio del Cav puttaniere c’è solo il Cav di lotta e di governo, il Cav sconvolto dalla sentenza della Corte Costituzionale, il Cav che manda avanti i falchi a dire che ora si dimettono tutti il lunedì, poi manda avanti i falchi a dire che non si dimette nessuno il martedì, e se non bastassero i falchi, ci sono colombe voluttuose come la Carfagna o imponenti come Galan. Ragazzi, che strazio, ci vuole dell’impegno per trasformare in farsa la tragedia di un Paese nelle grinfie di una magistratura militante! Una si chiede se esista un Pdl, sia pur bino, se la testa ci sia ancora, quale corpaccione si agiti sotto, se al governo sia stata mandata la delegazione dei cattocomunismi che in tutte le formazioni politiche italiane non mancano, se infine ci sia qualcuno da qualche parte tra i palazzi vecchi e nuovi che si renda conto che il build up di voti che Silvio Berlusconi ha costruito in pochi mesi sulle macerie sta cadendo, uno strato di mattoni alla volta. Come previsto è arrivato il no al legittimo impedimento di Silvio Berlusconi, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio, a partecipare all’udienza del 1° marzo 2010 del processo Mediaset. Con la decisione, la Corte Costituzionale ha respinto il conflitto di attribuzione tra poteri sollevato da Palazzo Chigi nei confronti del tribunale di Milano, dove allora si svolgeva il procedimento. Per il processo Mediaset il leader del Pdl è stato condannato in primo grado e in appello a quattro anni di reclusione, tre dei quali coperti da indulto, ma, soprattutto, a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Ora la palla passa alla Cassazione, ma è uno a zero, grande sconfitto la presunta moral suasion del presidente bieletto della Repubblica. Anche questa del ruolo di Giorgio Napolitano è una storia un po’ grottesca. Ci credete voi, nel senso di credere che conti davvero il parere del Colle ma anche che il Colle lo esprima per davvero? E’ aperto un concorso a premi. Ma da concorso e premio alla coerenza è anche la serie infinita di dichiarazioni e chiacchiere in libertà, a partire dal Cav, che dice: «Questo tentativo di eliminarmi dalla vita politica che dura ormai da vent’anni, e che non è mai riuscito attraverso il sistema democratico perché sono sempre stato legittimato dal voto popolare, non potrà in nessun modo indebolire o fiaccare il mio impegno politico per un Italia più giusta e più libera». Fin qui siamo alla retorica d’uso. Secondo il Cavaliere, «continua un accanimento giudiziario nei miei confronti che non ha eguali nella storia di tutti i Paesi democratici», ma «anche l’odierna decisione della Consulta non avrà alcuna influenza sul mio impegno personale, leale e convinto, a sostegno del governo né su quello del Popolo della Libertà». Qui urge un dottore, di quelli bravi. Ma serve prima per Renato Brunetta, che dichiara: «Siamo infatti all’assurdo di una Corte costituzionale che non ritiene legittimo impedimento la partecipazione di un presidente del Consiglio al Consiglio dei ministri. Dinanzi all’assurdo, che documenta la resa pressoché universale delle istituzioni davanti allo strapotere dell’ingiustizia in toga, la tentazione sarebbe quella di chiedere al popolo sovrano di esprimersi e di far giustizia con il voto». Allora, ci facciamo tentare o no, tiriamo le dovute conclusioni o facciamo finta di niente? Seguono immancabili e inevitabili i legali del Cav, Niccolò Ghedini e Piero Longo, che in una nota diramata subito dopo il verdetto sottolineano come «i precedenti della Corte Costituzionale in tema di legittimo impedimento sono inequivocabili e non avrebbero mai consentito soluzione diversa dall’accoglimento del conflitto proposto dalla presidenza del Consiglio dei Ministri». E aggiungono: «Evidentemente la decisione assunta si è basata su logiche diverse che non possono che destare grave preoccupazione ». Si legge ancora: «La preminenza della giurisdizione rispetto alla legittimazione di un governo a decidere tempi e modi della propria azione appare davvero al di fuori di ogni logica giuridica. Di contro la decisione – hanno aggiunto i due avvocati – ampiamente annunciata da giorni da certa stampa politicamente orientata, non sorprende visti i precedenti della stessa Corte quando si è trattato del presidente Berlusconi e fa ben comprendere come la composizione della stessa non sia più adeguata per offrire ciò che sarebbe invece necessario per un organismo siffatto». Gli avvocati del Cav sono cattivissimi e sono pure deputati, che conseguenze riusciranno a far trarre dalle loro considerazioni durissime, direi estreme? Boh. Fabrizio Cicchitto, che è il più colto della compagnia, se la cava col latinorum e, una volta recitata la giaculatoria della lealtà al governo, quale governo, ci comunica che c’è un vulnus pesante dopo la sentenza. Ma va!

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