All’aeroporto va in scena lo spot No Green Pass. Strutture pubbliche impreparate. Il caso di Catania, dove lo scalo è in tilt

Aeroporto Catania Green Pass
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Molto peggio dei No-vax. A rendere odioso il Green Pass sono anche le strutture pubbliche mal gestite, dove alle consuete carenze si è aggiunto il colpo di grazia dei controlli sul certificato verde. Un esempio l’ha offerto ieri l’aeroporto di Catania, gestito dalla Sac, una società partecipata da soggetti pubblici (dal Comune alla Camera di commercio e altri), dove si promette da anni la privatizzazione ma poi tutto resta sotto il comodo ombrello della politica e delle solite clientele locali. Quello che una volta si chiamava Fontanarossa e adesso è dedicato a Vincenzo Bellini non è un aeroporto secondario nel sistema del trasporto aereo nazionale, e d’estate vi transita una grossa fetta dell’intero turismo siciliano: un fiume di italiani e stranieri che ieri sono partiti – chi c’è riuscito – maledicendo la regione e soprattutto il Green Pass.

Proprio per verificare il certificato, tutti i passeggeri erano costretti a passare da un unico varco dove due soli dipendenti facevano da controllori, senza alcuna assistenza per le centinaia di persone costrette a una fila lunghissima, per non parlare di chi non aveva il certificato, abbandonato al suo destino senza informazioni su dove fare i tamponi, come prevede la norma. Con i tempi lunghissimi per entrare, molte persone protestavano per paura di perdere il volo, mentre tutte le altre restavano accalcate in modo indecente, proprio nell’unica regione gialla, dove il Covid continua a diffondersi più che nel resto del Paese.

Impossibile cercare aiuto o segnalare i problema. Al centralino della Sac non rispondeva nessuno e sul sito della società non c’è traccia neppure di un ufficio stampa, che solo dalla lettura della sezione trasparenza risulta essere occupato da qualcuno che percepisce 23mila euro più un media manager da 27mila. E stendiamo un velo pietoso sui costi degli amministratori, a quanto si dice sottovoce imposti dalla Confcommercio locale. In un aeroporto dove solo qualche tempo fa bisognava fare lo slalom tra i secchi su cui veniva raccolta l’acqua che fuoriusciva dal tetto, dove i servizi igienici sono da terzo mondo e per un dipendente che lavora molti altri sembrano passeggiare, il Green Pass è stato così il colpo finale. Uno spot migliore a No-pass e No-vax non si poteva fare.