Affari sporchi sul Covid. Aiuti a 600 aziende vicine ai clan. Neppure le interdittive antimafia hanno fatto da freno. Il caso rivelato dal capo della Dda di Milano

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I peggiori sospetti hanno trovato una delle peggiori conferme. Dall’inizio dell’emergenza coronavirus e della conseguente crisi economica, più volte i magistrati hanno lanciato l’allarme sulle possibili infiltrazioni mafiose, specificando che i clan non si sarebbero lasciati sfuggire l’occasione di mettere le mani sui finanziamenti diretti alle aziende in difficoltà, concessi con la sola autocertificazione, e che gli argini posti per evitare simili fenomeni erano troppo deboli.

Il dibattito a livello parlamentare che ne è conseguito non ha portato a mettere a punto un sistema efficace di controlli, sono spuntati fuori i primi casi di illeciti ed ecco ora che il capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano, Alessandra Dolci (nella foto), succeduta a Ilda Boccassini, ha rivelato che ben 600 aziende colpite da interdittive antimafia – perciò ritenute vicine o collegate ai clan – si sono insinuate nei decreti emergenziali e dunque in sostanza arricchite con quel denaro pubblico che doveva invece andare soltanto all’economia sana.

IL PUNTO. “Io non so che cosa accadrà con il fiume di denaro del Recovery Fund, però posso dire quello che sta succedendo con i soldi immessi nel nostro circuito economico dai vari decreti, come il Cura Italia, il Rilancio o il Liquidità. Nonostante il momento di crisi che stiamo vivendo – ha specificato il magistrato antimafia intervenendo durante il webinar “Recovery Fund. Il rischio criminale”, organizzato dal circolo “Enzo Biagi” a Milano – sono state create incredibilmente tante nuove aziende, altre hanno semplicemente cambiato la compagine societaria. Questa fibrillazione è dovuta al fatto che almeno una parte di queste imprese è stata creata ad hoc per beneficiare di questi finanziamenti del sistema bancario”.

Il numero uno della Dda di Milano ha quindi aggiunto che sono state appunto censite oltre 600 società colpite da interdittive antimafia, quelle dunque a cui è vietato di avere contatti con la pubblica amministrazione, che hanno chiesto finanziamenti o avuto accesso ai fondi, assicurando che lo ha rilevato nelle stesse indagini che sta conducendo sui clan che operano nel Nord del Paese. Ancora: “In molti casi siamo arrivati in tempo e in altri casi i soldi sono stati erogati e “distratti”. Faremo le dovute contestazioni, anche se il denaro non sarà più recuperato”.

Sono in aumento “le proposte di acquisto” di società a prezzi bassi o addirittura stracciati e vi sono particolari “proposte di finanziamento”, come appurato anche da una recente rilevazione di Confcommercio. “Abbiamo il tentativo della criminalità organizzata di rilevare attività – ha sostenuto Alessandra Dolci – soprattutto nella ristorazione, o piccole e medie imprese”, e “abbiamo l’aumento dell’usura”, un fenomeno “che crediamo sia molto presente anche nel contesto lombardo”.

Ora, per il magistrato, il prossimo grande rischio è tutto legato alla gestione dei soldi del Recovery, ribadendo che i clan della criminalità organizzata “ha una chiara ed evidente natura imprenditoriale, quantomeno nel Nord Italia”. “Le contestazioni che stiamo facendo – ha aggiunto – riguardano reati fiscali, societari e di bancarotta. Questo significa che la criminalità si è perfettamente inserita nel mondo economico e fa sistema con un certo modo di essere imprenditore”. La coordinatrice dell’Antimafia di Milano auspica dunque un’intensificazione dei controlli, “rinforzando le Prefetture, i primi presidi di legalità”, e la sensibilizzazione di “tutti gli operatori economici tenuti a segnalare attività sospette antiriciclaggio”.