Agenti infiltrati contro i corrotti: l’ultimo azzardo delle Procure. Così si va verso lo Stato di polizia

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Il segreto per sfasciare un sistema giuridico civile e di buon senso è sempre il solito: evocare una qualche emergenza. Perché l’emergenza chiama le leggi speciali e le leggi speciali attribuiscono a magistrati e forze di polizia poteri straordinari, in termini di arresto, raccolta delle prove, recidive e moltiplicatori automatici di pena. Alcune garanzie costituzionali vengono come sospese e poi ci vogliono anni e anni per smantellare il nuovo arsenale punitivo. E’ sempre andata così, dai tempi del Fascismo in poi. Con la scusa del terrorismo, della mafia e, adesso, della corruzione. Tre fenomeni non propriamente “emergenziali”, eppure spacciati a fasi alterne dalla politica e dagli apparati dello Stato come improvvise epidemie.

TUTTI MAFIOSI – Il progetto più ambizioso di parte della magistratura e del Pd è quello di estendere “la legislazione antimafia alla lotta alla corruzione”. Si tratterebbe di una forzatura non da poco, perché la mafia punta al cuore dello Stato, a sostituirsi ad esso, e quando trova degli ostacoli ammazza senza pietà. La corruzione è un reato grave, ma c’è in tutti i Paesi, anche nei più efficienti, e comunque non è un reato di sangue. La legislazione sulla mafia si regge su una grande enfasi del vincolo associativo, con punte di parossismo che riguardano il reato di “associazione esterna”, fattispecie totalmente inspiegabile a qualunque giurista occidentale. I reati associativi, per altro, sganciati da altri reati “concreti” (estorsioni, rapine, omicidi) sono spesso puro fumo e la loro contestazione si presta a svariati abusi. Ma al legislatore “emergenziale” servono a far scattare le intercettazioni telefoniche, da cui, come si sa, “qualche reato arriva sempre”. Grandi ombre, poi, ci sono sulle misure preventive patrimoniali e sui sequestri delle aziende, che spesso si risolvono in paralisi inutili di società che poi non sono minimamente infiltrate da Cosa nostra (scandaloso, di recente, il caso dell’amministrazione giudiziaria di Italgas). E anche il celebrato “41 bis”, il carcere duro per i mafiosi, ha un profilo giuridicamente surreale: è nato come istituto temporaneo, ma poi viene applicato in automatico per decenni al singolo boss, comprovando così che il mafioso in questione, evidentemente, sarebbe in grado di comandare dal carcere come quando vi è entrato. Per la serie: la detenzione non serve.

PROVOCAZIONI – Si ipotizza poi il ricorso al cosiddetto “agente provocatore” per stanare i corruttori. L’agente provocatore è colui che entra in contatto con i presunti delinquenti e li istiga a commettere il reato, partecipando anche all’ideazione, per poi farli arrestare. Si tratta di una figura storicamente ben nota. Praticamente ogni regime poliziesco del passato li ha utilizzati per incastrare oppositori politici e anche in Italia ai tempi dell’Ovra, la polizia segreta di Mussolini, sono stati usati in larga scala. Diversa la figura dell’infiltrato, che si limita a inserirsi in un’organizzazione criminale e, senza commettere reati, aiuta la polizia a sgominare la banda. Di solito questi particolari agenti sono utilizzati per i traffici di armi o di droga, oltre che per il terrorismo. Pensare di mettere in campo gli agenti provocatori per debellare il virus delle mazzette è un’evidente forzatura. Si comincia così è il passo dopo è che l’agente provocatore si siede al tuo fianco in macchina e ti incita a violare il codice della strada. Lo Stato di polizia inizia sempre per il nostro bene.