Ai magistrati non piace la fuga. Si apre l’anno giudiziario e il presidente della Cassazione Canzio ammonisce: “Più riserbo da parte delle toghe”

dalla Redazione
Cronaca

L’anno giudiziario si apre all’insegna della fuga di notizie e del mancato riserbo, troppo spesso, da parte dell toghe. Questi infatti sono i due temi “di grande delicatezza e attualità” al centro delle relazioni degli alti magistrati della Cassazione che si è svolta oggi a Roma, la prima della storia che non vede la partecipazione dell’Associazione nazionale magistrati. L’Anm, infatti, è in polemica con il Governo per il mancato rispetto degli accordi sui correttivi al decreto sulla proroga dei pensionamenti solo per alcuni magistrati e sulla legittimazione ai trasferimenti e ha deciso di disertare l’evento al palazzo della Corte suprema.

“Dinanzi al fenomeno della fuga di notizie – spiega il procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo – fenomeno grave perchè rischia di ledere il principio costituzionale di non colpevolezza, più volte viene invocato l’intervento del mio ufficio, che risulta quasi sempre sterile per la obiettiva difficoltà di individuare le singole responsabilità”. Altro tema “delicato” sollevato dal pg “è quello del riserbo, sul quale già l’anno scorso mi sono soffermato ricordando che la stessa Corte di Strasburgo ha ribadito che ai magistrati è imposta la massima discrezione anche là dove si sia trattato di sostenere pubblicamente le ragioni e la bontà dell’attività giudiziaria svolta”.

Di rincalzo il presidente della Cassazione Giovanni Canzio critica nel suo intervento anche le indagini “già di per sè troppo lunghe” e le “distorsioni del processo mediatico” favorite anche dalla “spiccata autoreferenzialità” di taluni pm. Canzio difende poi l’utilità della riforma del processo penale, attualmente ferma al Senato. Ribadisce il suo no al reato di clandestinità, pur sottolineando la necessità di un adeguato sistema repressivo contro il terrorismo internazionale.

Nell’evidenziare, inoltre, come nel Paese sia avvertita  la “percezione di una diffusa corruzione sia nella Pubblica amministrazione che tra i privati”, Canzio spiega che però tale percezione “non trova riscontro nelle rilevazioni delle statistiche giudiziarie. Il dato nazionale registra, infatti, un numero esiguo di giudizi penali per siffatti gravi delitti, con appena 273 procedimenti definiti nel 2016 in Cassazione, pari allo 0,5%”.

E ancora. Troppo spesso l’opinione pubblica “esprime sentimenti di avversione” per alcune decisioni di proscioglimento o anche di condanna, se ritenute miti, pronunciate dai giudici nei casi ad alto rilievo mediatico. Da qui “una frattura fra gli esiti dell’attività giudiziaria – sottolinea il primo presidente della Cassazione Giovanni Canzio – e le aspettative di giustizia, a prescindere da ogni valutazione circa la complessità dei fatti, la validità delle prove, i principi di diritto applicati, le garanzie del processo, la tenuta logica della decisione”. Per Canzio questo “disorientamento nasce dalla discrasia spazio-temporale fra l’ipotesi di accusa, formulata nelle indagini, il pre-giudizio costruito nel processo mediatico parallelo che si instaura immediatamente, le ansie securitarie dei cittadini, dal un lato, e le conclusioni dell’attività giudiziaria che seguono a distanza di tempo dalle indagini, già di per sé troppo lunghe, dall’altro”. Talvolta, a parere di Canzio, sono lo stesso pm o il difensore “a intessere un dialogo con i media e, quindi, con l’opinone pubblica: in tal caso, il corto circuito tra rito mediatico e processo penale è destinato ad accentuarsi”. L’auspicio del primo presidente della Cassazione è “l’urgenza di un intervento riformatore, diretto a restaurare le linee fisiologiche del giusto processo, ridando respiro, a fronte delle aspettative di giustizia, alla ricostruzione probatoria del fatto e all’accertamento della verità nel giudizio, secondo criteri di efficienza, ragionevole durata e rispetto delle garanzie”.