Al capezzale dell’eros morente. La sensualità sacrificata nell’epoca del Covid. Rileggere l’opera di Han per ritrovare amore e idee

di Carmine Castoro
Cultura

Riacquistarsi. Ripigliarsi. Ritrovarsi. Risuscitare. Sono questi i verbi che usa  Marsilio Ficino per far intendere a quale lavorio interno, esaltante e rinvigorente, il sé arriva con l’arte amorosa, con l’empatia verso l’altro, con il perdersi nella radicale differenza dell’altro. Eros che vive di languori spirituali e vitalismi chiaroscurali batte Ares, la possanza militare, la superbia dell’Imperatore che non vuole capire o approssimare il vicino, ma solo possederlo come un oggetto da fare a brani, da violare nella sua segretezza per spogliarlo e conquistarlo. Non poteva che essere questo uno dei fuochi letterari di un testo del 2012 del sempre sapido e gemmato filosofo coreano Byung-Chul Han, dal titolo Eros in agonia (Nottetempo, pagg. 94, euro 13); opera la cui rilettura può tornare utile in una fase post Covid, e con l’informazione mainstream che ancora gronda tabelle, numerologie, nomenclature. “Il capitalismo assolutizza la nuda vita. La buona vita non è il suo scopo. La sua coercizione ad accumulare e produrre si rivolge appunto contro la morte, che gli appare come perdita assoluta”, dice Han. Ovvero, la flemmatica immanenza dell’Uguale, la feticizzazione della salute, la terapia come nuova teologia – per usare alcune delle più felici e ficcanti espressioni dello studioso orientale – sono l’indice di un sistematico aggiramento delle radici più oscure del nostro essere, del mistero che ci attanaglia, delle sorgenti di valori che non riusciamo a far prorompere perché troppo impegnati a installare artificialmente orizzonti di sicurezza, ripetizione, impellenza. L’Eros tocca profondamente le relazioni interpersonali nella misura in cui non solchiamo i mari dell’ovvio, non battiamo le rotte del prevedibile, ma ci arrischiamo heideggerianamente nell’”impercorso”, nell’apertura, nell’indefinito, di cui solo l’altro da noi può farsi miccia e garante. Ma se ogni manifestazione della vita è calmierata, saponificata, interdetta o sospettata, su che legami veri e quali sussulti conoscitivi potremo basare il nostro presente? L’Eros è anche Logos, cioè pensiero meditante, narrazione silenziosa, disseppellimento di significati. E invece, cosa abbiamo intorno? Un mondo astruso e confusionario, fatto di baccano e somme di dati, di castronerie e castrazioni, di cui una casta specifica, quella degli informatori, si fa micidiale esecutrice in nome di “verità” che sono solo macchine funzionanti per scatenare paure e infermità. “La correlazione sostituisce la causalità”, dice Han, e dunque di quasi più nulla si può tessere un discorso realmente utile ed eticamente improntato. Di Socrate, invece, Alcibiade ricorda la seduzione erotica delle sue parole. Come un morso di serpente che addolora e avvicina alla fine, ma sottraendo chi ascoltava allo squallore disutile dell’insipienza.