Al via la partita per il dopo Juncker. I partiti studiano l’euro-Nazareno. Cominciato il braccio di ferro tra gli Stati membri. I liberali vogliono spazio: cresce il fronte anti-Weber

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Per comprendere quello che potrebbe accadere nei prossimi giorni e che potrebbe essere determinante per il futuro dell’Unione europea, bisogna partire da un evento che solo apparentemente potrebbe sembrare marginale: Emmanuel Macron ha ricevuto all’Eliseo il leader socialista Pedro Sanchez. Che, peraltro, domani vedrà Angela Merkel. L’obiettivo, dichiarato, non ha segreti e corre lungo l’asse Madrid-Parigi-Berlino-Bruxelles: costruire un fronte largo per sedare il pressing sovranista. E i leader socialisti e popolari, deposte le tradizionali armi che li vedevano contrapposti, sono pronti a collaborare.

Anche prima che comincino – oggi – gli incontri formali tra capi di Stato e di Governo per ragionare sui nomi da avanzare per i ruoli-chiave dell’Europa, a cominciare da quelli per la Commissione Ue. Del resto i numeri parlano chiaro. Il Ppe è sceso dai 217 seggi del 2014 a 180 seggi e l’S&D da 187 a 146, andando così sotto la soglia necessaria (376) per avere la maggioranza assoluta. E questo mentre i neoliberali dell’Alde, grazie anche all’adesione del partito di Macron, sono balzati da 68 a 109 seggi. Mentre i Verdi sono passati da 52 a 69 europarlamentari.

Davanti alle forze che questa coalizione sarebbe in grado di mettere in campo in Consiglio e al Parlamento, l’asse sovranista di cui la Lega di Matteo Salvini e il Rassemblement National di Marine Le Pen sono i principali azionisti non pare avere i numeri per incidere significativamente. Il gruppo Enf a cui aderiscono le due formazioni è passato da 37 a 58 seggi, ed anche se vi entrassero altre formazioni – compreso il Brexit Party e i 13 parlamentari del Fidesz dell’ungherese Orban – non riuscirebbe ad andare oltre quota 150. Una situazione di stallo, dunque. A meno che di non credere sia fattibile una larga alleanza che tenga dentro liberali, socialisti e popolari. Questo, però, fa sì che anche la partita per il dopo-Juncker si complichi e non poco.

Il candidato naturale dovrebbe essere Martin Weber, leader dei Popolari (primo partito) ma a causa della larga coalizione e del pressing soprattutto di Macron e dei liberali, potrebbe sfumare il suo nome e, di contro, anche quello dei socialisti (Frans Timmermans) e dei liberarli stessi (Margaret Vestager). Questo, ovviamente, rimette tutto in gioco. Ed è qui che il pressing di Macron trova la sua giustificazione: il nome su cui starebbe premendo è quello di Michel Barnier (nella foto), il francese che ha condotto le trattative per la Brexit.

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di Gaetano Pedullà

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