Società comunali, alla faccia della trasparenza

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di Carmine Gazzanni

Matteo Renzi e Marianna Madia ne stanno facendo una delle battaglie improrogabili e fondamentali per il governo: bisogna cambiare e snellire la macchina della pubblica amministrazione. Tutto questo, come hanno detto ministro e Presidente del Consiglio nella lettera inviata ai dipendenti pubblici lo scorso 30 aprile, non può partire se non da un’estesa e completa trasparenza. “Vogliamo ricostruire un’Italia più semplice e giusta – scrivono i due – dove ci siano meno politici e più occupazione giovanile, meno burocratese e più trasparenza”. Peccato però che al di là degli annunci in pompa magna e delle parole che per ora restano solo promesse, i numeri e i dati parlano di una macchina ancora lontana anni luce dalla tanto decantata e agognata trasparenza.

Amministrazioni fuorilegge
Lo si capisce chiaramente dalla relazione pubblicata in questi giorni proprio dal ministero per la pubblica amministrazione facente capo alla Madia. Il report analizza, sulla base della banca dati governativa Consoc, le statistiche relative alla “partecipazione da parte delle amministrazioni pubbliche a consorzi e società”. Il quadro che emerge è scioccante. Se infatti nel 2011 erano state in totale 6.372 le amministrazioni a comunicare eventuali partecipazioni, l’ultimo rilevamento (ottobre 2013) parla di 5.918. Insomma, ben 404 amministrazioni in meno rispetto al 2011. Ma il bello ancora deve arrivare. Già, perché la comunicazione di possibili partecipazioni non è semplicemente un atto facoltativo imputabile al rispetto per i cittadini. Anzi, non è assolutamente un atto facoltativo. E non lo è da ben otto anni. Il riferimento è alla legge n.296 di fine 2006 (la finanziaria del 2007) in cui si stabilisce, al comma 587, che “le amministrazioni pubbliche statali, regionali e locali sono tenute a comunicare, in via telematica o su apposito supporto magnetico, al Dipartimento della funzione pubblica l’elenco dei consorzi di cui fanno parte e delle società a totale o parziale partecipazione”, indicando, come se non bastasse, ragione sociale, misura della partecipazione, durata dell’impegno, onere complessivo, numero dei rappresentanti dell’amministrazione e loro trattamento economico.
Il testo è chiaro: le amministrazioni “sono tenute”, non “potrebbero” o “sarebbe meglio”. Eppure pare proprio che la legge non abbia mai trovato piena applicazione. Non solo. Il dato infatti risulta ancora più preoccupante se paragonato ad un altro: secondo l’indice governativo delle Pubbliche amministrazioni, gli enti accreditati (quindi presumibilmente nemmeno tutti) sono 20.984. Ergo: secondo l’ultima rilevazione soltanto il 28% delle amministrazioni ha comunicato i dati. Poco più di un quarto.

Le maglie nere
La relazione illustra i dati anche scaglionandoli regione per regione. Quello che emerge è un risultato “particolarmente negativo” in Lombardia, dove si è avuto un calo rispetto al 2011 del 16,34% (si è passati da 1.432 amministrazioni dichiaranti a 1.632), nel Lazio (-14,36, da 218 a 160) e in Piemonte (-12,13, da 1.132 a 1.083). Ma, d’altronde, tutte le regioni registrano un decremento delle amministrazioni dichiaranti. Ad eccezione solo di Sicilia e Trentino: la prima segna un +8, la seconda un +4.

Spending review
Trasparenza zero, dunque. Ovvero: più costi (e sprechi) che rimangono celati. Lo si evince chiaramente ancora dalla relazione del ministero. Da qui, infatti, emerge anche un incremento (seppur lieve) delle partecipazioni che passano da 7.376 a 7.411. Ma ecco il punto: se nel 2011 si sono registrate 7.376 partecipazioni con 6.372 amministrazioni dichiaranti, oggi se ne registrano 7.411 ma con “solo” 5.918 amministrazioni. E molte di più, dunque, che restano nell’ombra. Il dubbio, insomma, è che il vagone delle partecipazioni sia notevolmente più gonfio di quanto risulti.

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