Alla fine c’è arrivato pure Zingaretti. Al referendum l’Italia cambia solo con il Sì. Via libera della direzione dem alla riforma dei 5S

di Laura Tecce
Politica
Nicola Zingaretti

Dopo settimane di distinguo e posizioni non sempre cristalline, il segretario dem Nicola Zingaretti schiera il ufficialmente il suo partito per il Sì al referendum confermativo della riforma sul taglio dei parlamentari. Al termine della direzione Pd di ieri, con voto on line, è stato approvato l’ordine del giorno nel quale peraltro è stato ricordato come “l’obiettivo della riduzione del numero dei parlamentari, nel quadro di un ammodernamento organico e coerente degli assetti istituzionali, sia da tempo una questione posta dal Pd e dal centrosinistra” e come “si siano chiariti i dubbi relativi alla volontà delle forze politiche di maggioranza di rispettare gli impegni assunti insieme: il pd condivise, nel programma posto alla base del secondo governo Conte, la proposta di riduzione del numero dei parlamentari, ponendo come condizioni essenziali l’adeguamento dei regolamenti e delle norme costituzionali e la necessaria riforma del sistema elettorale”.

È stato chiaro in proposito Zingaretti, che nella relazione esposta in Direzione ha sottolineato come al taglio delle poltrone debbano necessariamente seguire altre riforme: “Il sì risiede nel fatto che questo primo atto di riforma può aprire una stagione di riforme. Abbiamo spinto in tutti i modi in questi mesi perché il sì camminasse insieme ad un processo riformatore più ampio ed equilibrato”. E contestualmente lancia la proposta di Luciano Violante di accompagnare la campagna per il sì al referendum con una raccolta di firme per il bicameralismo differenziato. “Sarà un modo, pur con scelte diverse che ci saranno, di unire il Pd”, ha chiosato, conscio delle fibrillazioni che in questo momento attraversano il suo partito, anche in vista dell’esito delle elezioni regionali.

Se infatti da una parte il segretario ha rivendicato convintamente l’alleanza di governo con i pentastellati, ha trovato “paradossale” che non sia stato replicato anche altrove il caso della Liguria, dove Pd e M5s hanno trovato una sintesi sul nome di Ferruccio Sansa da schierare come candidato unico, e ne ha approfittato per fare un appello al “voto utile”, “per i candidati governtaori supportati dal Pd, gli unici in grado “di battere le destre”.

In ogni caso anche sulla scelta di schierare il partito per il Sì, non mancano i malumori, anche se, è bene riportarlo, i voti favorevoli all’Odg sono stati 188 a fronte di 13 no L’area Orfini non ha partecipato al voto e le ragioni le ha spiegate il senatore Francesco Verducci: “C’è in gioco l’identità del Pd, nato per rafforzare la rappresentanza e questo taglio, invece, la colpisce. E’ vero, è stato detto sì all’accordo con M5S per creare il governo ed era implicito nel dibattito di una anno fa il Movimento voleva il taglio dei parlamentari, ma avremmo dovuto pretendere che il taglio lineare dei parlamentari arrivasse alla fine di queste riforme, come conseguenza, e non come avvio di un percorso.Ovvio che noi rimaniamo nel Pd, anzi ci batteremo per ridargli forza e spessore, ma c’è una frattura. Non possiamo far finta di nulla: l’atteggiamento adottato dalla segreteria è umiliante nei confronti di iscritti e militanti ed è profondamente sbagliato. Per questo pensiamo che la Direzione, in queste condizioni, sia stata svuotata di senso”.

Pur avendo votato Sì, anche il ministro e capo delegazione Pd al governo Dario Franceschini sul punto “riforme” è però molto chiaro: “Il referendum può essere la partenza di una seconda parte della legislatura che provi a completare un percorso di riforme costituzionali che vada oltre i confini della maggioranza, includendo anche le forze di opposizione”, ha precisato.