Alloggi popolari, il solito flop

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Clemente Pistilli

Si può spendere mezzo miliardo di euro e non avere idea di cosa sia stato fatto con tutto quel denaro? Quando si parla di fondi pubblici accade anche questo. E a certificarlo è la Corte dei Conti, al termine di un’indagine sui contributi per il programma denominato Contratto di quartiere II, quello con cui dovevano essere riqualificati i quartieri degradati delle città italiane, realizzandovi case popolari utili a placare la fame di alloggi e altre opere necessarie a rendere le periferie vivibili. Trascorsi tredici anni da quando è stata varata la legge e deciso di far allentare i cordoni della borsa al Ministero delle infrastrutture e trasporti, il dicastero ora retto da Maurizio Lupi è riuscito soltanto a dire ai magistrati contabili quanto denaro ha tirato fuori, senza alcun elemento utile sulla fine che hanno fatto i progetti finanziati, tranne la certezza che i più sono ancora tutti da ultimare.

I buoni propositi
Quando il Parlamento ha dato il via libera alla legge 21 del 2001, quella sul secondo contratto di quartiere, le buone intenzioni erano tante. Basta piani e fondi solo per case popolari. Gli alloggi servono, le famiglie sono in affanno, ma si può fare di più. I parlamentari ne erano convinti. Via dunque a finanziamenti per dotare i quartieri degradati di infrastrutture, ricorrendo anche a sostanziosi contributi di privati. Ma attenzione anche a aumentare l’occupazione e a favorire l’integrazione sociale. E poi basta con l’accentramento statale. Per il piano venne deciso di coinvolgere, dando loro un ruolo di primo piano, le Regioni, che a loro volta avrebbero curato i rapporti con i Comuni. Finanziamenti garantiti per il 65% dallo Stato e per il resto dagli enti regionali. Una meraviglia. Ma i fatti sono stati un po’ diversi.

Controlli zero
Nel momento in cui si investono centinaia di migliaia di milioni di euro sarebbe normale che i controlli fossero rigorosi, la pianificazione attenta, che venisse approvata una norma dopo aver compiuto tutti gli studi necessari per attuarla. Ecco invece che dalla relazione stilata dalla Corte dei Conti, al termine dell’indagine sui Contratti di quartiere II, emerge che dopo tredici anni i progetti sono ancora incompleti, ma soprattutto, tra rimpalli di competenze e intoppi vari arrivati al momento di realizzare le opere, il Ministero non ha idea di cosa sinora sia stato fatto. I primi finanziamenti, inoltre, sono stati elargiti soltanto nel 2007 e, al 31 dicembre 2012, è risultato che l’erogazione delle risorse da parte dello Stato e delle Regioni era ferma al 43% di quelle previste. Un minimo di monitoraggio è arrivato soltanto dopo che la Corte dei Conti ha iniziato gli accertamenti. Uno screening che i giudici, nel dossier trasmesso alle Camere e a Palazzo Chigi, oltre che al Ministero delle infrastrutture e a quello dell’economia, definiscono dall’esito “insoddisfacente, perché tardivo e parziale”. Niente controlli poi e nessuna possibilità di correggere il tiro. Una grana dietro l’altra.

Le bacchettate
La Corte dei Conti è riuscita a sapere dal Ministero soltanto che, alla data del 19 novembre scorso, risultavano pagati oltre 491 milioni di euro (il 61% del finanziamento complessivo dello Stato) e che erano già stati disposti altri pagamenti, che avrebbero portato a superare il mezzo miliardo. “Nessuna informazione utile – hanno specificato i magistrati – è stata fornita in ordine agli interventi realizzati”. Si sa che sono stati costruiti 3.272 nuovi alloggi e che ne sono stati recuperati 17.311. Poi basta. La Corte dei Conti ha ordinato al Parlamento, al Governo e ai Ministeri interessati di correre ai ripari entro sei mesi. “E’ necessario – hanno sostenuto i magistrati – ripensare il sistema di finanziamento da parte dello Stato. L’inaccettabile dilatazione dei tempi, se in parte dipende dal sistema, in parte può correggersi con un maggiore coinvolgimento dell’Amministrazione centrale, nella regia degli interventi e nel monitoraggio e controllo, recuperando, se necessario, i poteri di revoca e sostitutivi”. Misure ancora più necessarie visto che non c’è idea neppure di quel che è stato fatto con 1,2 miliardi tirati fuori dai privati. Troppe grane. Difficile la gestione dei progetti da parte dei Comuni, si è difeso il Ministero. Troppo tardi. Tanti milioni spesi richiedono risposte certe. E al massimo in sei mesi.

Vendere le case popolari.  Ecco perché qui è un’illusione

di Antonio Rossi

Le case popolari italiane sono un patrimonio che fa gola a molti. Interessa la politica, pronta a raccogliere consensi con la vendita di quegli appartamenti a prezzi stracciati, e attrae furbetti e speculatori. Un tesoro che inspiegabilmente, o forse si spiega sin troppo bene, allo Stato finisce per portare solo perdite e quando si passa alle dismissioni si assiste a vendite che diventano più che altro svendite.

Tesoro infruttuoso
In base a recenti indagini svolte da Federcasa, gli alloggi popolari in Italia sono 806 mila, gestiti da 107 Ater. In quelle case abitano due milioni di persone e 650 mila sono le famiglie che attendono l’assegnazione di tali alloggi. Una domanda cresciuta nel 2013 del 25% e che quest’anno dovrebbe salire al 30%. Appartamenti che per metà sono concentrati nei grandi centri, tra Milano, Torino, Roma, Napoli e Bari. Hanno un valore catastale di circa 90 miliardi e un valore di mercato di 270 miliardi. In base all’ultima stima fatta dal Ministero dell’economia e finanze sul patrimonio pubblico, il valore del patrimonio di edilizia residenziale pubblica è invece stimato in 150 miliardi, Comunque una cifra enorme. E stranamente per lo Stato più un problema che un valore, visto che, tra morosi, lavori di manutenzione e occupazioni abusive, ogni anno con le case popolari ci rimette quasi un miliardo.

La linea di forzisti e nuovo Pd
La politica più di una volta ha cercato di fare affari, risolvendo così i problemi di bilancio, proponendo la vendita delle case popolari agli inquilini. Prezzi stracciati e incassi sicuri, anche se in alcune operazioni del genere la risposta non è stata forte e la svendita degli immobili certa. A spingere su tale strada è il capogruppo alla Camera di Forza Italia, Renato Brunetta. Quando era ministro, nell’ultimo Governo Berlusconi, l’esponente forzista ha cercato di avviare un grande piano di dismissioni, con accordi tra Stato e Regioni, proponendo mutui a tasso zero e la possibilità per gli inquilini di pagare rate uguali al canone, circa cento euro, riscattando le case nell’arco di venti anni. L’impresa non gli è riuscita, l’ha riproposta invano al Governo Letta e ora a essere solleticato da quell’idea è il rottamatore Matteo Renzi, che con il denaro delle vendite delle case popolari punterebbe a ridurre le tasse.

Il caso capitolino
Un problema con cui è alle prese da tempo anche il Campidoglio, che gestisce 80 mila appartamenti, ne assegna ogni anno 150 e ha 35 mila persone in coda per una casa. Nella capitale si sta pensando da tempo alle vendite, a mettere sul mercato 597 immobili, ubicati in zone prestigiose, puntando a ricavarne 247 milioni. Ma l’operazione, tra vendita e svendita, abusivi e non, non è facile. Sempre a Roma è stato stimato, tra l’altro, che ogni dodici mesi ben 1.300 alloggi popolari passano illecitamente da inquilino a inquilino. Gli sgomberi diventano sempre un’impresa e oltre 5.300 sono quelli che occupano le case illecitamente. Un caos dinanzi al quale la giunta del sindaco Ignazio Marino ha promesso sin dal primo momento maggiori controlli. Ma la soluzione non è dietro l’angolo. Le case popolari sono sempre tesoro e grana.