Altre ombre sulle case di riposo lombarde. Nel mirino i ricoveri sospetti e non solo al Trivulzio. Malati accolti senza essere sottoposti a tampone. I pm accelerano sulle audizioni dei testimoni

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca

Passano i giorni e aumentano i fronti d’indagine sulle residenze sanitarie assistenziali della Lombardia. Se in una prima fase la maxi inchiesta sul Pio Albergo Trivulzio e altre rsa milanesi ha puntato il dito sulla Regione per i trasferimenti dei pazienti covid-19 dagli ospedali, i magistrati ora guardano anche ad una lunga serie di ricoveri sospetti. Si tratta di malati, molti dei quali con polmoniti, accolti nelle case di cura per anziani senza aver effettuato il test del tampone. Spostamenti, questi, che sono avvenuti non sulla base della famosa delibera dell’8 marzo ma per l’esistenza di convezioni, già in atto da tempo, sulle degenze nelle case di riposo provenienti da strutture sanitarie.

A riprova di ciò ci sono i decreti delle perquisizioni dei giorni scorsi in cui la Procura, nel lungo elenco dei documenti da acquisire, ha indicato quelli sulle convenzioni “con Regione Lombardia” e quelli relativi al numero e ai dati dei “pazienti ricevuti da altre strutture sanitarie”. Tra questi, ad esempio, quelli finiti nel reparto di pronto intervento geriatrico del Trivulzio che sulla carta non accolse pazienti Covid ma in cui sarebbero stati ricoverati pazienti con polmoniti sospette. Una strage che, sospettano i pm, si sarebbe potuta contenere se non si fosse verificata quella che sembra una tragica catena di errori. A riprova di ciò la constatazione che l’indagine, oltre alla presunta commistione tra pazienti covid-19 e anziani, guarda anche ad altri aspetti. A partire dalle mascherine che, denunciano i dipendenti, per settimane sono state un miraggio.

Ma il fronte principale resta quello delle delibere regionali che sta creando grattacapi al governatore Attilio Fontana (nella foto) e all’assessore al Welfare, Giulio Gallera. I pm, infatti, stanno guardando a quella dell’8 marzo che ha previsto la possibilità di trasferire malati Covid-19, dimessi dagli ospedali, nelle case di riposo a condizione che fossero in grado di garantire l’isolamento del paziente. Non meno importante quella del 30 marzo che ha garantito una retta da 100 euro alle case di cura che hanno accettato pazienti covid-19; e, in ultima, la delibera XI/3018, con cui è stato deciso il divieto di accesso nelle residenze per anziani ai familiari.

L’AUTOGOL. In tutto questo marasma, il governatore Fontana ieri ha provato a tirare in ballo il premier Giuseppe Conte. Su Facebook, infatti, in tarda mattinata ha scritto: “il governo era al corrente dei rischi della pandemia ma li ha tenuti segreti. L’ha detto il direttore generale del ministero della Sanità, Urbani, parlando di un piano riservato. Sono rivelazioni gravissime: è la verità? L’Italia e la Lombardia hanno il diritto di sapere. Chiedo chiarimenti al presidente del Consiglio Giuseppe Conte”. Peccato che questa richiesta si sia subito trasformata in un autogol. Dopo qualche ora, infatti, la boutade veniva smentita da fonti del governo che, incredule, hanno ricordato al governatore leghista che nel comitato di esperti c’era anche un tecnico del Pirellone.

Così, tentando di aggiustare il guaio da lui stesso creato, Fontana nel pomeriggio si è esibito in una vera e propria giravolta dichiarando: “Regione Lombardia non è a conoscenza di alcun piano pandemico stilato a gennaio dal Governo. Nessun tecnico è stato chiamato a rappresentare la nostra amministrazione e non c’è stato alcun coinvolgimento” ma “sappiamo che Alberto Zoli, direttore di Areu, è stato chiamato a far parte del Comitato Tecnico Scientifico della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma in qualità di esperto in emergenza e urgenza, non di Regione Lombardia”.