Altri 400 milioni per le statali. La scuola resta solo pubblica

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di Vittorio Pezzuto

Borse di studio, mutui per le scuole, misure contro il caro-libri e a favore del wi-fi, più di 26mila insegnanti di sostegno da assumere a tempo indeterminato nel prossimo triennio e addio fin da subito al bonus maturità per i test di accesso all’Università. Sono questi i principali contenuti principali del decreto scuola approvato ieri dal Consiglio dei Ministri. Un provvedimento fortemente voluto dal ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza e la cui portata innovativa è stata esaltata in conferenza stampa dallo stesso premier Enrico Letta: «Finalmente l’Italia torna a investire sulla scuola con 400 milioni di euro a regime. Si tratta di un messaggio al mondo della scuola, delle famiglie e degli studenti. Il nostro paese sui grandi temi riprende a investire sul futuro» ha spiegato. «Inizia l’anno scolastico e il governo ha voluto fare un intervento urgente per dare alcune risposte ai problemi della scuola italiana. Le risorse sono limitate e abbiamo dovuto fare i salti mortali. Finalmente – ha proseguito il presidente del Consiglio – ritorna e riesiste l’impegno per il diritto allo studio, che è stato uno dei temi più complessi, più controversi e purtroppo più tagliati negli anni. Se non c’è diritto allo studio non c’è la pari opportunità di accesso all’istruzione le persone non sono in grado di superare le diseguaglianza».

L’ennesima occasione mancata
Sarà pure, ma la nostra impressione è che questo “nuovo” decreto sull’istruzione si sia piuttosto limitato alla manutenzione di un sistema che non brilla certo per efficienza, limitandosi a percorrere la strada di una sostanziale disparità tra scuole statali e non statali. Immaginate invece cos’avrebbe significato la destinazione della cifra di 400 milioni di euro (che paradossalmente verranno recuperati grazie all’aumento delle accise sugli alcolici) a favore della deducibilità fiscale delle spese sostenute dalle famiglie che, nonostante il loro basso reddito, chiedono di poter iscrivere i propri figli a una scuola non statale. Si sarebbe finalmente concretizzata quella parità scolastica decretata nel 2000 con la riforma Berlinguer ma che oggi, in assenza di fondi e di reale concorrenza fra istituti, resta una vuota enunciazione di principio. Invece di continuare a strozzare lentamente istituti spesso gestiti da congregazioni religiose e costretti a tradire la loro vocazione educativa diventando sempre più elitari, lo Stato avrebbe finalmente creato le condizioni strutturali per risparmiare risorse economiche importanti: come La Notizia sta dimostrando in questi giorni nell’ambito della sua campagna, gli alunni degli istituti non statali costano ai contribuenti molto di meno proprio perché su di loro non viene scaricato il costo di una burocrazia vorace e spesso improduttiva.
Sotto questo profilo, il decreto Carrozza è quindi l’ennesima occasione mancata. Ma forse sarebbe stato chiedere troppo all’esecutivo delle larghe intese dopo che gli ultimi governi – tanto di centrodestra quanto di centrosinistra – hanno dato prova di non voler cambiare strategia.

Timbrificio di Stato
Più che il corollario di provvedimenti a forte impronta statatilista (come il divieto di fumo elettronico in tutte le scuole voluto dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin), a renderci perplessi è stata poi la decisione di abolire fin da subito il contestato bonus maturità (un pacchetto di punti extra da 1 a 10) nei test per l’accesso alle facoltà a numero chiuso. Non perché non sia corretta, anzi, la strada di una valutazione all’ingresso dello studente, peraltro prevista dal dimenticato quinto comma dell’art. 33 della Costituzione («È previsto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale»). Ma perché s’imporrebbe allora una necessaria riflessione sul senso dello stesso esame di maturità (oggi timbrificio di Stato scollegato alla certificazione del sapere) e sull’opportunità di riscattare la qualità della nostra Università attraverso l’abolizione del valore legale del titolo studio. Ma quest’ultima, come direbbe Luigi Einaudi, resta purtroppo una predica davvero inutile.