Altro che Cinque Stelle. Gli stracci volano nel Pd e tra le destre. Già partita l’opa contro Zingaretti. Manovra a tenaglia sul Capitano

di Laura Tecce
Politica

Che il Movimento 5 Stelle non veleggi in acque serene è un dato di fatto. Pur non essendo, per natura ed ispirazione, un partito strutturato in correnti e con uomini “forti sui territori” ciò non lo rende affatto immune da personalismi, cordate e malumori interni vari. E anche esterni, vista la mole di fuoriusciti che non perdono occasione per spargere veleni nei talk tv e dalle pagine dei giornali. E poi c’è lui, Alessandro Di Battista, che alla prima uscita pubblica dopo mesi di “eloquente” silenzio ci va giù pesante – scatenando la dura reazione del fondatore Beppe Grillo – criticando l’efficacia dell’azione di governo del premier Conte ed evocando la necessità di una nuova leadership del M5S, chiedendo apertamente un’assemblea costituente o un congresso per “vedere chi vincerà”.

Un po’ quello che ha chiesto lo scorso week end il sindaco di Bergamo Giorgio Gori. “Vedo molti limiti nella conduzione dell’attuale Pd – lamenta l’esponente dem – e per questo mi piacerebbe più concreto, più coinvolto a promuovere le riforme che servirebbero al Paese. E questa cosa deve anche trovare una nuova leadership e lo dico avendo molta simpatia e lealtà nei confronti dell’attuale segretario del Pd”. Nicola stai sereno insomma, per citare chi di “mosse del cavallo” se ne intende. Ovviamente, visti i tempi, di congresso all’orizzonte non se parla ma Gori pone un problema politico non da poco: la messa in discussione del segretario e della strategia di alleanza strutturale con il M5S, che non piace a tutti dalle parti del Nazareno, nonostante l’alzata di scudi pro Zingaretti. Il quale, non giriamoci intorno, non è che stia fornendo una prova di leadership indimenticabile.

Quella del sindaco, tuttavia, ha tutta l’aria di chi lancia il sasso e toglie la mano o meglio vuole lanciare se stesso. Anche perché l’alternativa, che accontenterebbe molti, ha un nome secco: Stefano Bonaccini (nella foto). Ma l’apprezzato governatore dell’Emilia Romagna per adesso resta prudentemente defilato e non ha alcuna intenzione di aprire una discussione congressuale. Fra 2 o 3 anni vedremo, semmai, e per il momento si limita a commentare che: “serve un Pd con un gruppo dirigente attorno a Zingaretti più robusto, fatto di una più forte rappresentanza dei territori”. In ogni caso se Atene piange, Sparta non ride e anche nello schieramento opposto, quello di centrodestra, non è tutto oro quel che luce.

Raggiunto in extremis un accordo unitario sulle candidature per le prossime regionali e comunali, rimangono comunque le divisioni sul Mes, con FI pronta a fare sponda col Governo nel caso ne dovesse fare richiesta, e FdI e Lega fortemente contrarie. Con quest’ultima che vede, inoltre, la sua golden share nella coalizione erodersi di giorno in giorno e la leadership di Salvini, se non indebolita, quantomeno insidiata sia da “fuori”, a favore di una Giorgia Meloni sempre più protagonista (eloquente la sua intervista al Corriere: “Quando arriveranno le politiche, se vinceremo, il premier sarà chi guida la forza che avrà preso più voti. Vedremo quale”), che da “dentro”, con un Luca Zaia sempre più apprezzato non solo nel “suo” Veneto.