Altro che prima gli italiani. Orbán blocca gli aiuti Ue e i nostri sovranisti tacciono. Per l’eurodeputato M5S Pedicini: Ritardare l’approvazione delle misure può pregiudicare la ripresa

di Carmine Gazzanni
L'intervista

Il pericolo c’è: “Ritardare l’approvazione del Recovery Fund potrebbe incidere negativamente sulla capacità di rilancio e investimento degli Stati membri più colpiti dalla crisi, come l’Italia”. È questo l’allarme lanciato, dopo le parole di ieri del ministro Enzo Amendola, dell’europarlamentare M5S Piernicola Pedicini. “Domani – spiega ancora il pentastellato – a Bruxelles si riunisce il Consiglio europeo ma su troppi temi non c’è accordo fra i leader europei”.

Cosa vi preoccupa?
In particolare, siamo preoccupati che l’atteggiamento oltranzista di Orban possa ritardare l’approvazione del bilancio pluriennale 2021-2027 e, di conseguenza, del Recovery Fund che trasferisce ingenti risorse all’Italia. Questo scenario potrebbe avere due conseguenze gravi per il nostro Paese: in primis, senza un bilancio europeo ambizioso, che non contenga le risorse proprie, si arriverà ad aumenti dei contributi nazionali degli Stati membri. Questo è per noi inaccettabile. L’Italia è da anni contributore netto e sta attraversando una crisi storica, non possiamo permetterci ulteriori sacrifici.

La seconda conseguenza?
Ritardare l’approvazione del Recovery Fund, come detto, potrebbe incidere negativamente sulla capacità di rilancio del nostro Paese. Il Recovery Fund prevede l’erogazione di una prima trance del 10% già nel 2021, questi fondi potrebbero liberare risorse necessarie al taglio delle tasse tanto atteso da cittadini e imprese.

Non crede che sia paradossale che partiti che dicono “prima gli italiani” tacciano dinanzi ai propri alleati che di fatto rischiano di mettere in ostaggio i fondi che l’Ue ci ha assegnato?
Non ci sorprende. Lega e Fratelli d’Italia vanno a braccetto con i sovranisti polacchi e ungheresi che hanno posizioni antitetiche rispetto agli interessi italiani. L’Ungheria, un paese di pochi milioni di abitanti, sta paralizzando l’Europa. Il problema è il diritto di veto che va dunque riformato altrimenti saremo sempre ostaggio di personaggi come Orban, che invece vanno isolati.

Su quali ambiti di investimento crede l’Italia debba battere maggiormente?
I principali capitoli sui quali sta lavorando il governo sono la transizione ecologica, quella digitale e del mondo dell’istruzione. L’Italia paga un ritardo notevole sui temi legati alla modernità in primis perché altri Paesi si sono avvantaggiati dalla fiscalità aggressiva permessa all’interno dell’Unione Europea. Gli investimenti che dovrebbero essere allocati sulla base di motivazioni economiche, avvantaggiano invece chi esporta all’estero i propri flussi finanziari. L’Italia è la prima vittima di questa concorrenza sleale. Da questo punto di vista il Recovery Fund può essere visto come un piccolo risarcimento di tutte le ingiustizie che abbiamo subito negli ultimi anni.

Nel frattempo si è tornati a parlare di Mes anche in Italia…
Il Mes è uno strumento anacronistico figlio della stagione dell’austerity. Siamo i primi a voler potenziare la sanità italiana dopo anni di tagli decisi proprio dagli stessi partiti che oggi vogliono il Mes ma un tale potenziamento non può essere ottenuto con un jolly una tantum, va pianificato con un piano pluriennale che inverta la tendenza degli ultimi venti anni di piani di rientro. Il Mes non è una manna dal cielo come molti partiti vorrebbero far credere, ma un prestito e che va restituito con assoluta priorità. È una polpetta avvelenata, meglio non mangiarla.

Che ruolo potrebbe giocare la Bce?
La Bce può essere decisiva ma c’è bisogno di cambiarne il suo statuto istitutivo. L’economia europea sta vivendo una fase di emergenza acuta che mette in evidenza tutte le fragilità e le inadeguatezze degli attuali meccanismi. Lo scenario economico odierno è caratterizzato da debiti pubblici in crescita esponenziale e al limite della sostenibilità. Quindi in una fase transitoria va certamente rafforzato il programma speciale di acquisto PEPP, aumentandone la dotazione oggi fissata a 1.350 miliardi e prolungandolo almeno fino alla fine del 2021. Successivamente si dovrebbe discutere seriamente di cambiarne la struttura e gli obiettivi mirando non solo alla crescita economica ma anche al contrasto della disoccupazione e sull’abbattimento delle differenze di costo del denaro tra i vari Stati Membri dell’Unione. In sintesi dovrebbe poter operare da vera Banca Centrale come nel resto del mondo.