Cuore del decreto Lavoro del governo Meloni varato ieri, alla vigilia del Primo maggio, è “il salario giusto”, che richiama alla mente il famoso quiz show condotto tra gli altri anche da Iva Zanicchi. Ma c’è poco da fare ironia, perché in ballo qui ci sono le retribuzioni di milioni di lavoratori sottopagati. E che, a nostro modesto parere, non verranno tutelati da questo “salario giusto”. La contrattazione collettiva costituisce lo strumento per la determinazione del salario giusto. Ovvero si fa riferimento al trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. I contratti sottoscritti da sigle minori non vengono vietati, ma non potranno pagare meno del contratto leader del settore. Questo riferimento però non è sempre sufficiente a garantire un salario dignitoso.
Perché la contrattazione collettiva non sempre basta
Ci sono diversi casi di lavoratori coperti da contrattazione collettiva, per esempio quelli della vigilanza privata siglati anche dai sindacati più rappresentativi (dalla Cgil alla Uil), che guadagnano meno, ma molto meno di 9 euro, che è invece la soglia del salario orario minimo indicata dal M5S che doveva scattare qualora appunto il trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali non fosse stato sufficiente a garantire un trattamento retributivo dignitoso.
Criticità
Salta poi la retroattività automatica degli aumenti per i contratti scaduti. Ovvero non c’è più l’obbligo di far decorrere gli incrementi retributivi dalla scadenza naturale del vecchio contratto. Saranno sindacati e imprese, in sede di rinnovo, a definire decorrenze, eventuali una tantum e strumenti per coprire il periodo rimasto scoperto. Unica penalizzazione per i datori di lavoro ritardatari è che se il contratto non viene rinnovato entro dodici mesi dalla scadenza, le retribuzioni saranno adeguate alla variazione dell’Ipca, ma solo nella misura del 30%. In una bozza precedente del decreto si ipotizzava il 50%.
Il provvedimento, del valore di circa un miliardo, proposto dalla ministra del Lavoro Marina Calderone, non è tutto da buttare, per carità. Si salvano gli incentivi per spingere l’occupazione stabile per donne, giovani e nel Mezzogiorno, tramite dei bonus che prevedono esoneri contributivi su Zes e Under 35. Ma, anche qui, nessuna idea nuova e soprattutto nessuna misura strutturale visto che gli incentivi sono validi fino a dicembre 2026.
Istat e Upb smontano la propaganda meloniana sui salari
“Il decreto legge che abbiamo approvato è un tassello di una strategia molto più ampia che il governo ha portato avanti dal suo insediamento e che ha l’obiettivo di sostenere la creazione di maggiore occupazione ma anche di occupazione stabile e di qualità. Una strategia che sta dando i suoi frutti”. Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Peccato che Istat e Upb, nel corso delle audizioni sul Dfp, abbiano certificato che i salari recuperano, ma restano ancora lontani dai livelli precedenti alla fiammata inflazionistica. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha segnalato che in termini reali i livelli restano inferiori a quelli del 2020 per oltre otto punti percentuali. Un quadro confermato dall’Istat: “Tra il primo trimestre 2021 e il quarto del 2025, le retribuzioni contrattuali si sono ridotte del 7,8% in termini reali”.
Di ennesima operazione di propaganda per il decreto Lavoro, parla il vicepresidente del M5S, Michele Gubitosa. “Nel testo licenziato dal Cdm salta la retroattività automatica degli aumenti per i contratti scaduti, si dà una ‘spruzzata’ di bonus che dall’opposizione la stessa Meloni criticava, non c’è traccia del salario minimo che un’organizzazione superpartes come l’Ocse, per bocca del neo capo-economista Stefano Scarpetta, raccomanda come forma di protezione per i lavoratori a basso salario dall’ondata di carovita. Il tutto mentre al Senato Forza Italia presenta, per mano di Lotito, un emendamento al decreto Fiscale per ridurre le sanzioni ai datori di lavoro che non pagano contributi e premi alle gestioni previdenziali ed assistenziali per i lavoratori”, ha commentato Gubitosa.