Altro che successo italiano. La presidenza di Tajani è soltanto un contentino. Ecco perchè

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L’Italia che conta niente in Europa, che si presenta col cappello in mano a ogni riunione dei ministri finanziari (l’Eurogruppo), che a Roma promette di battere i pugni sul tavolo per avere un briciolo di flessibilità in più sui conti pubblici e poi a Bruxelles si prende sberle a raffica, questa volta ha ottenuto un grandissimo risultato: la presidenza del Parlamento europeo. Un grande onore dietro al quale però non c’è niente. Anzi, semmai l’ennesima presa in giro per il nostro Paese. A differenza di quello che si cerca da molte parti di far credere, il Parlamento europeo non conta davvero niente. È il luogo del folclore, lo sfogatoio dei bisogni di ogni lembo del continente, ma alla prova pratica è un orpello inutile di quel potere vero che è tutto in mano alla Commissione europea (cioè il Governo dell’Ue) e i lobbisti che ne influenzano enormemente le decisioni. All’Italia, che ha toccato palla l’ultima volta giusto con Prodi, l’Europa riserva al massimo dovuti per statuto (un posto da commissario) o ruoli istituzionali senza margini di indirizzo politico.

Contiamo poco – Un contentino meraviglioso, insomma, per chi non sa come si lavora in Europa e chi conta veramente, compresi i capigruppo e i segretari. Il resto è fuffa, insomma, e non è affatto un caso che la poltrona lasciata da Martin Schulz per una candidatura fantasma contro la Merkel in Germania si sia assistito a un derby dei poveri tutto italiano. Da una parte Antonio Tajani, appoggiato da una alleanza “fritto mista” di liberali, popolari e conservatori, e dall’altra Gianni Pittella sostenuto dalla sinistra. Così la carica che fu di un altro italiano sono dal 1977 al 79 con Emilio Colombo diventa cosa nostra. Una bella decorazione che non nasconde affatto il nostro insignificante peso specifico nelle istituzioni comunitarie. Per averne la prova basti vedere quanto ci penalizzino in agricoltura, quante procedure d’infrazione becchiamo, quanto i nostri interessi siano sacrificati sull’altare degli interessi dei Paesi partener. Un discorso che si estende a tutto l’Eurosistema, dove abbiamo sempre digerito bocconi amarissimi. A partire dal più amaro di tutti e mai digerito, come il concambio criminale della lira con l’euro, che ci ha dimezzato il potere d’acquisto in cambio di una sicurezza monetaria che oggi presenta un conto salatissimo. Anche qui, nella Banca centrale europea, istituzione formalmente autonoma da Bruxelles, l’Italia apparentemente straconta. Il presidente del board è infatti l’italianissimo Mario Draghi. Ma non bisogna essere acutissimi osservatori per vedere che Draghi ha un’autonomia limitata dai falchi del rigore monetario tedeschi e degli Stati vassalli del Nord Europa. Risultato: persino l’irrinunciabile quantitative easing (immissione di liquidità monetaria nel sistema finanziario) è partito con un irrecuperabile ritardo, quando molte imprese erano saltate o stavano per farlo. Discorso identico alle regole di Basilea, con cui di fatto si è tagliato il credito alle piccole imprese. Lasciandoci in braghe di tela come siamo.

 

IL POTERE VERO A BRUXELLES E’ TUTTO DELLE LOBBY
I GRUPPI DI PRESSIONE CONDIZIONANO IL 75% DELLE NORME. E RICICLANO I DECISORI

di BEATRICE SCIBETTA

Basta fare un giro intorno al palazzo del Parlamento Europeo a Bruxelles per capire il potere delle lobby. Ogni palazzo nell’arco di un chilometro porta il nome di una multinazionale, di una banca, di un’azienda di consulenza o simili. L’industria del lobbying a Bruxelles conta 30mila lobbisti (quasi quanto i 31mila dipendenti dell’Ue) e secondo il Corporate Europe Observatory influenza il 75% della Legislazione europea. In linea di principio, i lobbisti “forniscono” informazioni e argomentazioni ai decisori per indirizzarne le scelte. In pratica, gli emendamenti alle norme europee arrivano direttamente sul tavolo dei membri dell’esecutivo. Esecutivo che conta da anni rapporti molto stretti con i lobbisti di ogni settore: finanza, industrie farmaceutiche, tabacco, energia, etc.

A novembre si è tenuta la conferenza annuale delle lobby con la Commissione europea, con i rappresentanti di 26 gruppi di influenza. Gruppi che dichiarano di spendere per la loro attività di “relazioni” 30 milioni di euro l’anno. Qui è ormai prassi comune il “riciclo di carriera” di ex ambasciatori, membri della Commissioni, presidenti e alte cariche verso le maggiori società di lobbying. Apre la strada il belga Jean de Ruyt passato dalle massime istituzioni europee alla leadership di importanti società di lobbying come la McLarty o la Covington e Barley. Segue Karel De Gucht, ex commissario europeo ora tra i più importanti amministratori di ArcelorMittal. Ma di esempi simili ce ne sono molti. Basti citare l’incarico dell’ex presidente Josè Manuel Barroso in Goldman Sachs o i ruoli di consigliere d’amministrazione in società tech assunti dall’ex commissaria per l’agenda digitale Neelie Kroes.

Scandalo al sole – Il discorso diventa più ampio se si allarga l’orizzonte a tutti i dipendenti delle istituzioni: Secondo Alter-Ee il 50% del personale che lavora presso le più grandi aziende di lobbying a Bruxelles ha un background in una delle istituzioni europee. Questo continuo spostamento svela un conflitto di interessi, nonché una gestione poco “trasparente” del potere di influenza sulla legislazione comunitaria, nonostante i registri di trasparenza. Nel registro figurano 7.821 organizzazioni, di cui 4.879 ammettono di voler influenzare le politiche europee per conto delle aziende. Exxon Mobil, Shell, Microsoft e Deutsche Bank sono in cima alla lista delle imprese che spendono di più, con cifre intorno ai 4 milioni di euro. Seguono Google, che ha avuto più incontri con le elite della Commissione di chiunque altro; Repsol, Lukoil, General Electric e ArcelorMittal. Dale istituzioni a queste aziende, il passo è molto breve. Come lo è tra le loro sedi.