Altro disastro in Lombardia. Ad Alzano dimenticati i caschi per la respirazione. La Regione ha fornito i dispositivi in base alla popolazione anziché al numero dei malati

di Nicola Scuderi
Cronaca

Che qualcosa non abbia funzionato nella gestione della pandemia in Lombardia, è ormai più che un sospetto. Quel che pochi si aspettavano, semmai, è la lunga catena di errori che continuano a sommarsi a partire dalla mancata istituzione della zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro, per la quale è già stata aperta un’indagine dalla Procura di Bergamo, proseguita con l’incredibile rivelazione che quando la situazione era ormai fuori controllo nei due Comuni le disattenzioni del Pirellone sarebbero proseguite. L’ultima di queste emerge dalla trasmissione Report che ha mostrato alcune email in cui si lamentava il mancato arrivo di dispositivi di protezione e di cura, tra cui i caschi Cpap che servono per l’ossigenazione dei pazienti prima dell’intubazione.

Può sembrare una semplice accusa ma si basa su solide basi. Il 14 marzo, infatti, il dirigente dell’azienda sanitaria Bergamo Est, consapevole del dramma che stava avvenendo nella sua zona, chiede all’unità di crisi della Lombardia di fornire con urgenza i caschi per l’ossigeno in quanto negli ospedali della zona di Bergamo erano ormai pressoché esauriti. Passano due giorni ma dei dispositivi non c’è ancora traccia così il manager prende l’iniziativa e alza la cornetta per chiamare, letteralmente disperato, l’azienda modenese Dimar che li produce nella speranza di sollecitarne l’invio.

Peccato che dall’altra parte della cornetta la risposta non è quella che sperasse perché fanno sapere di non aver ricevuto alcun ordine da parte del Pirellone di Attilio Fontana (nella foto). Per questo il manager decide di scrivere ad Aria, la centrale acquisti della Lombardia, per manifestare la gravità della situazione. Una ricostruzione, questa, che non convince l’ex direttore generale della sanità lombarda, Luigi Cajazzo, che tramite una nota firmata dal suo legale, l’avvocato Fabrizio Ventimiglia, ribatte spiegando che “non corrisponde al vero la circostanza che vi sarebbe stata da parte dell’Unità di Crisi una dimenticanza di un ordine di caschi C-Pap pervenuto dall’Asst di Bergamo Est, posto che, documenti alla mano, subito dopo la richiesta della stessa Asst in considerazione delle difficoltà delle aziende private di farvi fronte, Regione Lombardia aveva attivato altri canali anche attraverso la Protezione civile”.

ALTRA ROGNA. Proprio per accertare se si sia trattato di una svista o se si tratti di un’accusa infondata, non si può di certo escludere che la questione finisca all’attenzione dei magistrati. Del resto, uno dopo l’altro, continuano a spuntare situazioni che non fanno che creare ulteriore imbarazzo al Pirellone. Tra queste c’è sicuramente lo strano sistema di gestione degli ordini da parte di Aria spa e il conseguente smistamento dei dispositivi sanitari nel territorio lombardo che, stando a quanto trapela, sarebbe avvenuto in modo davvero curioso. Con una mail, scritta sabato 7 marzo, il direttore generale di Asst Bergamo Est, nominato anni fa in quota Lega, segnalava “con una vibrata rimostranza la costante sottostima del fabbisogno di Dpi di questa azienda” ricordando che questa si trovava al centro del focolaio e aggiungendo che: “Senza forse, i quantitativi di cui necessitiamo sono esattamente invertiti rispetto a quelli assegnati ad altre aziende (Asst, ndr) meno colpite dall’infezione”.

Per questo, a conclusione del testo, scriveva: “Se non cambierà tempestivamente la lista di distribuzione, non oso pensare ai profili di responsabilità nei confronti dell’epidemia in corso”. In altre parole, stando a quanto riferito dal manager, Regione Lombardia tramite Aria acquistava e poi distribuiva dispositivi di protezione in base alla popolazione di riferimento e non in base alla concreta pressione dell’epidemia sull’Asst in quel momento. Per questo ad Alzano Lombardo e Nembro, in cui era esplosa la pandemia causando centinaia di morti, finivano meno mascherine e altri materiali rispetto a quanti finivano in altri territori assai meno colpiti. Accusa che l’allora dg Cajazzo ha respinto al mittente in quanto, a suo dire, la distribuzione avveniva secondo “criteri oggettivi nell’interesse della salute di tutti i cittadini, adattabili a seconda delle esigenze estemporanee di quei drammatici giorni”.