Ambasciatore italiano ucciso. Una talpa dietro l’agguato in Congo. La pista: qualcuno ha venduto Attanasio alle bande. Presto sarà sentito dai pm il connazionale superstite

Luca Attanasio
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Poco alla volta anche se molto lentamente, si iniziano a ricomporre i tasselli sul vile attacco in Congo costato la vita all’ambasciatore Luca Attanasio, al carabiniere Vittorio Iacovacci e al loro autista. Nel giorno in cui si sono celebrati i funerali di Stato a Roma, nella basilica di Santa Maria degli Angeli, l’inchiesta dei pm della Capitale segna un nuovo e importante risultato.

Dopo aver certificato che non si è trattato di un’esecuzione ma di quello che appare sempre più come un tentativo di sequestro finito in tragedia, i magistrati romani sono riusciti ad accertare che dall’analisi dell’arma di ordinanza del militare, trovata ancora a bordo della jeep su cui viaggiava assieme al diplomatico, non è stato sparato alcun colpo.

In altre parole il blitz del commando, composto da almeno sei persone, è stato talmente rapido che presumibilmente il carabiniere non ha neanche avuto il tempo di reagire ed è stato fatto scendere dal veicolo per poi essere condotto nella foresta assieme agli altri rapiti. Ormai disarmato, Iacovacci non ha avuto alcuna possibilità di intervenire e difendersi nel corso della sparatoria che si è verificata poco dopo tra i rapitori e i ranger addetti al controllo del parco Virunga.

PRIME CERTEZZE. Si tratta di piccole evidenze che sono già finite nel fascicolo di indagine, in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona a scopo di terrorismo, aperto a Roma e coordinato dai sostituti procuratori Sergio Colaiocco e Alberto Pioletti. Agli atti dell’inchiesta, come emerso in queste ore, è finito anche un tablet, sempre trovato a bordo della jeep degli italiani, che potrebbe fornire elementi preziosi alle indagini soprattutto per quanto riguarda il piano di viaggio dell’ambasciatore e l’organizzazione degli spostamenti.

Già perché l’inchiesta non mira a capire esclusivamente chi e perché abbia messo in atto l’agguato ma anche a capire se qualcosa nel dispositivo di sicurezza non abbia funzionato. In particolare i magistrati intendono capire quante persone fossero a conoscenza della missione del nostro diplomatico ed eventualmente raccogliere elementi sul perché non fosse stata prevista una scorta armata. Il sospetto che i pm intendono fugare è che qualcuno potrebbe aver venduto i due italiani a bande di rapitori.

Un’indagine che si preannuncia lunga e complessa e che nei prossimi giorni potrebbe entrare nel vivo con l’audizione, da parte degli investigatori italiani, del funzionario italiano del World food programme, Rocco Leone, scampato all’assalto e tutt’ora ricoverato in stato di choc. Non solo. Altre risposte dovrebbero arrivare dall’esame balistico che, nel rapporto preliminare, ha mostrato come gli italiani siano stati raggiunti da proiettili di un AK47, arma molto comune in Africa e che è usata tanto dalle forze regolari del Congo quanto dai diversi gruppi armati.

LA VITTORIA DI DI MAIO. Senza timore di essere smentiti, in questa vicenda sono ancora troppi i punti oscuri. Proprio per questo il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, mercoledì ha battuto i pugni sul tavolo chiedendo ufficialmente all’Onu di indagare sulla vicenda. Una mossa giudicata di facciata da qualcuno ma che, al contrario, ha segnato già un importante risultato. Ieri, infatti, il World food programme ha spiegato che sono state aperte tre indagini sull’attacco nella Repubblica democratica del Congo. Queste, come precisa il comunicato, “saranno condotte rispettivamente dall’Ufficio sicurezza delle Nazioni Unite (Undss), dalle autorità italiane e da quelle congolesi”.