Anche da noi l’aborto è diventato un mero argomento amministrativo

Aborto, in Italia non è servita nemmeno una Corte suprema per renderlo ancora più difficoltoso. Hanno fatto tutto le Regioni.

Da noi non è servita nemmeno una Corte suprema per consentire alle Regioni di costruire condizioni che non permettano di accedere alla legge 194. Mentre ci indigniamo – giustamente – per ciò che accade negli Usa sembriamo non voler vedere che anche da noi l’aborto è diventato un mero argomento amministrativo, un diritto talmente labile che alla Regione Umbria è bastato obbligare le donne a un ricovero di 3 giorni per l’aborto farmacologico con RU-486 per sradicare il riserbo e la cautela e quindi rendere tutto più difficoltoso.

Anche da noi l’aborto è diventato un mero argomento amministrativo

Aborto, in Italia non è servita nemmeno una Corte suprema per consentire alle Regioni di costruire condizioni che non permettano di accedere alla legge 194

Quelli che – giustamente- raccontano dei viaggi che le donne statunitensi si ritroveranno a compiere per valicare il confine del diritto di abortire sembrano non sapere che sono 31 (24 ospedali e 7 consultori) le strutture sanitarie in Italia con il 100% di obiettori di coscienza per medici ginecologi, anestesisti, infermieri o OSS. Quasi 50 quelli con una percentuale superiore al 90% e oltre 80 quelli con un tasso di obiezione superiore all’80%. Lo dice chiaramente l’indagine aggiornata “Mai Dati!” di Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina, e di Sonia Montegiove, informatica e giornalista, resa nota con l’Associazione Luca Coscioni.

Nel momento in cui un diritto diventa relativo è già iniziata la fase in cui lo si sta disinnescando e non capire che il vento antiabortista americano arriverà presto qui da noi come un tornado – come avviene dagli USA per le trovate peggiori subito adottate dalla destra peggiore – significa non avere una reale percezione della realtà. La percezione della realtà dovrebbe essere il prerequisito fondamentale di chi fa politica ma da noi è una virtù che scarseggia, soprattutto nel cosiddetto campo progressista, lo stesso che in queste ore sta fabbricando quintali di comunicati stampa contro la decisione della Corte suprema Usa provando a trovare un solo colpevole (in questo caso Trump) ignorante del fatto che la demolizione dei diritti è un lavoro di squadra fatto da tanti piccoli sbriciolamenti che concorrono al crollo finale.

Quando si tratta di difendere i diritti si è sempre all’anno zero. Dare per scontati diritti conquistati dalle generazioni precedenti convinti miopamente che quelle battaglie siano ormai assodate è il modo migliore per facilitare le azioni di coloro che i diritti li usano per attaccarli perché sono incapaci di immaginarne di nuovi.

Parlare di diritti non significa “non occuparsi dei temi che contano” come ripetono a pappagallo coloro che dell’arretramento sui diritti costruiscono la propria propaganda: tenere al centro i diritti significa lubrificare gli ingranaggi della democrazia. La sentenza Usa ci invita a non caricaturizzare gli avversari dei diritti (e qui da noi ne girano parecchi): il sistema spesso ha delle falle – accade così negli USA – che permettono vittorie politiche (oltre che giuridiche) anche senza il consenso della maggioranza.

Per questo delle buone leggi e il rispetto della Costituzione contano enormemente di più di qualsiasi maggioranza di governo. La prossima volta che sentite un Pillon, un Salvini o una Meloni farneticare sulla cancellazione dei diritti non sorridete. Non sono macchiette, sono nemici.

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