Anche l’esercito ridotto alla fame

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PUBBLICATO SULL’EDIZIONE CARTACEA DEL 28 NOVEMBRE 2013

di Raffaella Salato

Il malumore del comparto sicurezza si allarga a macchia d’olio nell’Esercito. Per il quinto anno consecutivo sono bloccati gli stipendi. Diverso il trattamento riservato, ad esempio, ai dipendenti della Banca d’Italia, che di certo non rischiano la vita. E dire che si tratta di stipendi la cui media-base è di appena 1.300 euro al mese per un volontario. Per non parlare della riforma Fornero sulle pensioni, che cozza in modo eclatante con il previsto taglio di 40.000 unità e – non ultimo – contribuisce ad “invecchiare” una categoria che dovrebbe al contrario rispondere ad elevati standard di vigore e forma fisica. I problemi delle Forze Armate, però, non sono solo frutto dell’ultima manovra. Al contrario, sono problemi endemici e prescindono dall’operato di questa o quella legislatura. A sottolinearlo è Mario Arpino, Generale dell’Aeronautica Militare e Capo di Stato Maggiore della Difesa fino al 2001. “Sebbene non sia corretto bloccare gli stipendi agli ufficiali che vengono promossi, tanto che un Generale, spesso, si trova a percepire il salario di un Colonnello (e si provi a fare lo stesso per un Ambasciatore!) le criticità principali del nostro Esercito non sono tanto le condizioni economiche, quanto piuttosto un limite identitario”, sostiene Arpino. ”La politica italiana nel settore si sostanzia nelle missioni internazionali cosiddette di pace, non esistendo in realtà altra politica estera nazionale, visto che ai tempi del G7 contavamo ancora qualcosa, oggi non più, e di conseguenza attualmente la Farnesina lavora esclusivamente per compiacere la politica interna del Paese”, aggiunge il generale. Per Arpino sarebbe necessario lasciare da parte la demagogia e ripensare radicalmente l’assetto e della Difesa, a partire da una revisione del ruolo delle organizzazioni internazionali come l’Unione Europea e l’Onu, chiarendo scopi e modalità di impiego delle Forze Armate italiane nell’attuale scenario europeo e mondiale. “La riforma tecnico-operativa del comparto – assicura il generale – avrebbe anche effetti tangibili in termini di razionalizzazione delle risorse e delle spese, tanto che, forse, non sarebbe più necessario protrarre il blocco degli stipendi che affligge i militari dal 2010, né sforbiciarne pesantemente l’organico, così come ci si avvia a fare nel 2014 ormai alle porte. È significativo, a questo proposito, che l’Europa spenda il 60% in più del proprio Pil nel campo della Difesa rispetto agli Stati Uniti per ottenere il 20% del loro rendimento.  Il primo principio si basa sulla specializzazione, per cui ogni Paese dovrebbe limitarsi a produrre ciò in cui riesce meglio: chi gli aerei, chi i cingolati, e così via, nel quadro ovviamente di una rete di cooperazione europea integrata. La ratio dello Smart Procurement è invece che ciascun Paese acquisti forniture per il comparto della Difesa laddove il mercato è più conveniente. Perché ciò da noi non viene fatto?”. Insomma, le potenzialità di miglioramento per la politica estera e di difesa italiane e per le condizioni di vita e lavoro dei nostri militari ci sono.