Archivi di Stato a rischio chiusura. Così si cancella la storia d’Italia. Manca il personale: 25 sedi su 133 vicine al collasso. E con il Governo dei Migliori il copione non cambia

Archivi di Stato Franceschini
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Un patrimonio che viene depauperato, anno dopo anno. Mettendo in bilico il futuro degli Archivi di Stato che sono, per antonomasia, i depositari della cultura e della memoria storica del Paese, oltre a rappresentare un prezioso strumento di studio per migliaia di ricercatori e docenti. Ma le belle parole non bastano: gli Archivi sono sistematicamente dimenticati. Neppure il governo dei Migliori, guidati da Mario Draghi, ha impresso una svolta. Anzi si è posto in perfetta continuità con i precedenti esecutivi. La conseguenza? Almeno 25 delle 133 sedi sono a rischio chiusura.

E già in alcuni casi sono talvolta impossibilitate a garantire il servizio. Il motivo è semplice: manca il personale. Già in alcune giornate, le porte restano chiuse o vengono ridotti gli orari di apertura. La denuncia è stata rilanciata alla Camera da un’interrogazione del Movimento 5 Stelle, in cui è stato chiesto un intervento del ministro della Cultura, Dario Franceschini.

RIDOTTI ALL’OSSO. La carenza è strutturale: nel 2020, secondo i dati riferiti dalla direzione generale degli Archivi di Stato, il buco era di circa 1.200 unità con un incremento stimato per l’anno in corso fino a 1.500. A Genova è andato in onda un trailer del film che può si potrà vedere in futuro: il 17 novembre gli uffici del capoluogo ligure sono rimasti chiusi perché non c’era un adeguato numero di addetti a garantire il servizio. Ma non è un caso isolato, anzi.

“Negli Archivi di Arezzo può entrare un solo utente al giorno, su prenotazione. A Siena possono entrare in quattro, ma l’orario prolungato fino alle 17 è previsto solo due giorni a settimana. L’Archivio di Stato di Firenze è chiuso due pomeriggi a settimana”, racconta a La Notizia Marco Bella, deputato del M5S e primo firmatario dell’interrogazione presentata a Montecitorio. Non va meglio a Venezia: a luglio il direttore della sede, Penzo Doria, ha ricordato che “nel 1996 l’Archivio aveva 56 persone in organico, contro le 25 attuali”.

Meno della metà. I cahiers de doléances proseguono, spostandosi in Sardegna, a Nuoro, dove la direttrice Michela Poddigue ha chiaramente detto: “Se non si trova personale disposto a trasferirsi almeno temporaneamente in Archivio, la conseguenza è presto detta”. Da Nord a Sud ogni sede ha il suo affanno. Franceschini, al comando del ministero dal 2014 a oggi (tranne per la parentesi del 2018-2019, durante il governo gialloverde), è ben conscio del problema.

CURE PALLIATIVE. Ma all’orizzonte si vedono solo soluzioni-tampone, spesso di tipo locale. Un esempio è quanto avvenuto a Orvieto, cinque mesi, fa con un’intesa siglata per aumentare le risorse e assumere le figure necessarie a garantire l’apertura degli uffici. E dire che il primo governo Conte aveva predisposto un maxi piano di assunzioni, per provare a colmare le voragini. “Ma non è stato completato, mentre gli altri concorsi procedono a rilento”, sottolinea Bella.

Insomma, Franceschini deve farsi carico di un’operazione strutturale per l’assunzione di personale. In particolare di custodi, “il cui difetto in numero provoca le più pesanti e immediate ricadute sulla fruizione dei documenti”, si rileva nell’atto presentato alla Camera dal Movimento. I custodi, per contratto, hanno il compito di aprire gli edifici, sorvegliando le sale di studio e rendendole consultabili agli utenti. Servono loro, subito, così come è poi necessario rinforzare l’organico per altri ruoli. Per evitare quello che, a Montecitorio, è stata definita “una catastrofe”.