Arresto “a tempo indeterminato” per Cesare Battisti. L’ex terrorista sfida l’Italia: “Non temo l’estradizione”. Per Orlando è possibile che torni

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Non teme l’estradizione perché dice di essere “protetto dall’asilo”. Ma intanto il giudice federale brasiliano Odilon de Oliveira ha decretato la prigione a tempo indeterminato per l’ex terrorista Cesare Battisti, per presunta esportazione illegale di valuta. Arrestato in flagrante mercoledì a Corumbà (frontiera tra Brasile e Bolivia), l’ex leader dei Pac, i Proletari armati per il Comunismo, condannato all’ergastolo in Italia nel ’93 per quattro omicidi e considerato latitante dalla giustizia italiana dagli Anni ’80, è accusato di possedere 6 mila dollari e 3 mila euro in contanti. Valori non dichiarati alla Receita Federal – l’agenzia delle entrate di Brasilia – come previsto dalla legge.

Per Oliveira “è chiaro che Battisti stava cercando di scappare dal Brasile, temendo di essere estradato”. Secondo il giudice, inoltre, il tentativo di fuga deve essere considerato anche per gli effetti della garanzia effettiva dell’applicazione della legge penale. Durante l’udienza di custodia, Battisti ha sostenuto che si stava recando in Bolivia per acquistare, tra le altre cose, materiali da pesca, giacche di pelle e vino, sottolineando però che non aveva il permesso di lasciare il Brasile. “A me sembrava normale uscire in una zona franca per fare acquisti con quei soldi – ha dichiarato Battisti –. Non ho mai avuto l’intenzione di lasciare il paese”. Se l’ex terrorista dei Pac si dice sicuro che per lui non ci sarà l’estradizione, dall’altra il ministro della Giustizia, Andrea Orlando (Pd), ha assicurato invece che è “possibile”. Anche perché l’Italia – ha fatto sapere il Guardasigilli – è fortemente determinata a far sì che Battisti sconti la pena, e la sconti nel nostro Paese. È questo un modo per restituire, almeno in parte, quanto è stato tolto al nostro Paese e ai familiari delle vittime”.

Nei mesi scorsi anche il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, aveva dato mandato all’ambasciatore italiano in Brasile di richiedere formalmente alle autorità di riavviare le procedure per estradare Battisti. La richiesta è stata sottoposta in Brasile ad una “prima analisi tecnica”, secondo indiscrezioni della stampa brasiliana, ma intanto ha ottenuto il consenso di due ministri “pesanti”: quello della Giustizia, Torquato Jardim, e degli Esteri, Aloysio Nunes Ferreira. Per quest’ultimo – in particolare – un eventuale via libera all’estradizione di Battisti sarebbe un gesto “importante dal punto di vista diplomatico”.

“Battisti è stato arrestato mentre scappava per evitare l’estradizione, non credo ci possa essere un giudice talmente beota da non comprendere questa cosa. Finora la responsabilità dell’Italia è stata quella di ragionare sul piano filosofico-politico anziché penale”, ha detto senza mezzi termini Alberto Torregiani, figlio del gioielliere Pier Luigi ucciso nel ’79 durante una rapina organizzata da Battisti, a Radio Cusano Campus. Per l’arresto dell’ex terrorista dei Pac, ha aggiunto Torreggiani, “non c’è nulla da festeggiare, è un nuovo passaggio di questa battaglia interminabile. Magari siamo alla volta buona, questi due Governi sono nelle condizioni di dare giustizia alle vittime. Il timore è che si faccia tanto clamore per qualche giorno, qualche settimana e poi si trovi sempre un cavillo per bloccare quello che deve essere fatto: estradizione e condanna”.

“Quello che finora ha bloccato tutto – ha proseguito – è la mancanza di buonsenso, di correttezza. Battisti si è sporcato di 4 omicidi ed ha 3 ergastoli per cui non vedo perché un giudice si debba attaccare a dei cavilli per difendere quello che è indifendibile. La responsabilità dell’Italia è la poca determinazione, ha preso sottogamba la questione, doveva essere più decisa nell’ottenere un risultato che avrebbe dato lustro al Paese per la sua operatività”. A conti fatti, ha concluso Torreggiani, “sono state accettate le condizioni della Francia e poi quelle del Brasile. Sono stati fatti ragionamenti filosofico-politici che non hanno nulla a che vedere con il penale”.

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di Gaetano Pedullà

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