Arriva Letta, ma sembra Renzi. In due giorni tre schiaffi ai 5S. Apre a Iv, lancia Gualtieri e il maggioritario. In 48 ore Enrico manda in crisi l’intesa giallorossa

Pd Letta Draghi
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Il mandato con il quale l’uomo del gruppo Bilderberg è stato richiamato a Roma dall’esilio dorato al quale era stato relegato a suo tempo da Matteo Renzi con l’ormai celebre “Enrico stai sereno” è chiaro: cercare di rilanciare un partito in crisi di identità e un progetto politico che rischia di affossarsi definitivamente.

Per fare questo nel suo “discorso programmatico” all’Assemblea Nazionale di domenica scorsa, il neo segretario Enrico Letta ha delineato un partito che deve ripartire dal “territorio” (un’entità mitologica, citata ormai trasversalmente in ogni dichiarazione programmatica da destra a sinistra, da sovranisti e populisti), uscire dalle Ztl (altra definizione trita e ritira), ha criticato le correnti, chi cambia casacca e chi pensa solo alle “poltrone” (espressione già usata da Zingaretti nell’annunciare le sue dimissioni) e – udite, udite – che il Pd non deve essere “il partito del potere” altrimenti “moriamo”.

Perfetto, peccato che la predica arrivi dal pulpito di uno che fino a qualche giorno le sue riflessioni filosofiche sul “rapporto tra centro e periferie” e sul concetto di potere le elaborava in veste di direttore della Scuola di Studi Internazionali della prestigiosa Sciences Po di Parigi e in quella di presidente del Jacques Delors Institute, due tra i più grandi istituti di affari internazionali del mondo. In ogni caso, le narrazioni sono sempre bellissime, poi ciò che conta è la realtà e al di là delle dichiarazioni d’intenti sulla natura identitaria del Pd – sacrosanta, per carità – il nodo cruciale sarà definire e strutturare il rapporto con il Movimento 5 stelle.

L’ex segretario su questo era stato molto chiaro: nell’evidenziare la necessità di un’alleanza reale e compiuta, che andasse oltre le parole di circostanza, aveva capito che l’unico modo per ottenere un risultato era una sintesi delle posizioni nella quale ognuna delle parti in causa fosse disposta a sacrificare qualcosa, senza isterici protagonismi e fughe in avanti. Letta invece, stando alle sue prime mosse da segretario non solo sembra voler disegnare un “nuovo centrosinistra” guidato dal Pd e di cui il M5s dovrà far parte in ruolo subalterno (e questo sarebbe pure legittimo dal suo punto di vista, un pò meno da quello dei vertici 5Stelle) ma l’impressione è che non voglia rinunciare alle poltrone e banco di prova ne è Roma.

Ieri, in merito alla volontà espressa dall’ex ministro dell’Economia Roberto Gualtieri di volersi candidare a sindaco della Capitale (leggi l’articolo), il segretario dem ha subito commentato che il suo “è un ottimo nome e un amico” aggiungendo che “Roma vive delle grandi difficoltà” (non proprio un complimento nei confronti dell’attuale sindaca, la pentastellata Virginia Raggi che – per inciso – non intende rinunciare alla ricandidatura.

“La Capitale resta fuori dall’accordo”, interviene nel dibattito la neo assessora alla Transizione ecologica della Regione Lazio, la pentastellata Roberta Lombardi, ma Letta in ogni caso non ha parlato di confronto col M5s, anche se ha affermato che quella per il Campidoglio “sarà una partita molto importante delle elezioni amministrative di autunno, che saranno una tappa di avvicinamento significativa nella costruzione di questa alleanza tra centrosinistra e Cinquestelle in vista delle elezioni politiche del 2023”.

E si arriva al piano nazionale: certo non aiuta il fatto che Letta abbia rilanciato, in tema di legge elettorale, il maggioritario e il Mattarellum mentre l’accordo fra i giallorossi nella scorsa legislatura era stato trovato sul proporzionale, tant’è che Giuseppe Brescia, presidente grillino della commissione Affari costituzionali della Camera, padre della proposta di legge che porta il suo nome, ribadisce che l’orizzonte in cui si muove il Movimento è quello del proporzionale.

Anche perché l’avanzata della destra non sarà facile da contrastare, non a caso l’ipotesi del maggioritario piace molto a Salvini e alla Meloni (che il segretario dem ha sentito ieri al telefono). Decisivo sarà poi il rapporto di Letta con Giuseppe Conte, leader designato del Movimento: la coalizione, al momento, è l’unica strada per sperare di essere competitivi con un centrodestra oggi diviso nel sostegno all’esecutivo Draghi ma domani pronto a tornate unito nella sfida delle politiche.

Però in quel campo gli accordi fra i partiti sono più o meno chiari: il partito che ha preso più voti esprime il premier, mentre nell’eventuale alleanza del fronte progressista le cose non sono così “lisce” poiché l’ex premier del governo giallorosso non può più assumere il ruolo di federatore (di Papa straniero per intenderci) e quindi si porrà anche il tema della leadership della coalizione. In ogni caso, il rapporto fra i due è tutto da costruire.