Aspirante leader che resta magistrato: tutti contro Emiliano. Anche Napolitano fa moral suasion

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Un congresso senza esclusioni di colpi. Nel Pd non hanno neppure aspettato di chiudere il capitolo tesseramento che già avevano pronto il primo tema di scontro. Ancora una volta non su questioni programmatiche. È infatti il dossier su Michele Emiliano la prima grande questione che sta agitando i dem e che terrà banco almeno fino a che, sul fascicolo aperto, il Csm non scriverà la parola fine. Il nodo sulla presunta incompatibilità, per il Governatore della Puglia, tra la sua vita politica (e quindi la corsa alla segreteria democratica) e la sua professione di magistrato in aspettativa, però, non è  solo un’arma agitata dai renziani. Anzi, come La Notizia ha appreso, a cavalcare il tema sarebbero soprattutto gli orlandiani. Con qualche big del Pd che a mezza bocca ha parlato anche di “un certo attivismo di Giorgio Napolitano”. E, in effetti, diverse fonti parlamentari hanno confermato al nostro giornale il fatto che “il Presidente emerito con numerose telefonate stia esercitando la sua opera di convincimento a sostegno della candidatura alla segreteria del Guardasigilli”. “Non mi stupisce – è stato il commento di un parlamentare dem di peso – Sicuramente Napolitano è stato attivo nel favorire la discesa in campo di Orlando e immagino lo sia ancora nel portarla avanti”.

L’accerchiamento – Insomma il tentativo “che stanno mettendo in atto è quello di accerchiare Emiliano”, gli orlandiani  più nell’ombra e i renziani in maniera più evidente. Proprio sull’attivismo di questi ultimi, un insider Pd mette in fila i fatti: “Di impronte digitali ce ne sarebbero diverse: sarà un caso che tra chi batte i pugni sul fascicolo Emiliano ci sia Giuseppe Fanfani, membro laico del Csm, ex sindaco di Arezzo e amico della Boschi? È solo una coincidenza la solerzia del procuratore generale della Cassazione, Giovanni Canzio, beneficiario di una norma ad personam che gli ha consentito di restare in servizio? Mi si potrebbe dire che è tutto falso. Allora spieghino come mai solo ora, con dieci anni di ritardo, si accorgono dell’incompatibilità di Emiliano con la vita di partito e come mai non lo fosse nel 2007 quando ricopriva la carica di segretario regionale del Pd in Puglia”. La verità, a sentire un altro dem, “è che in questi giorni al Csm si vive la vicenda Emiliano con un’ansia fuori luogo. Rispetto ad altri casi minimizzati in passato, infatti, ora all’improvviso diversi componenti laici del Consiglio, alcuni indicati dalla politica, sono diventati efficientissimi e vogliono una conclusione celere di questo dossier. È normale immaginare quindi – ha aggiunto – pressioni di varia natura sul Csm. Potrebbero provenire dal mondo renziano ma perché no, pure da quello orlandiano”.

La legge ferma – Eppure ci sarebbe stato un modo per evitare tutto questo bailamme, regolamentando la vicenda dell’eleggibilità dei magistrati e il loro ricollocamento: sarebbe bastato approvare il provvedimento dell’ex ministro della Giustizia, Francesco Nitto Palma (Forza Italia): “Se fosse diventato legge – ha detto a La Notizia il senatore che, tra l’altro, si è dimesso da magistrato- ora non ci sarebbe nessun caso Emiliano. Ma quel testo, approvato quasi all’unanimità al Senato nel marzo del 2014, da allora giace in commissione Giustizia della Camera”.  “Proprio la commissione che è presieduta da Donatella Ferranti  – ha concluso una fonte dem – Anche lei, tra l’altro, magistrato in aspettativa, eletta dal Pd  che, guardacaso nei giorni scorsi, col dossier su Emiliano aperto, si è permessa di dire, rivolgendosi al Governatore della Puglia per il quale non parteggia al congresso, di scegliere tra toga e politica”.

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di Gaetano Pedullà

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