Assalto all’outlet Italia. Ma Trieste non è Cologno. E il Leone è lasciato solo ad alzare le barricate: il Governo non dice una parola

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Ci stanno prendendo per due soldi il meglio della nostra economia. La cessione di Luxottica a Essilor, travestita da fusione tra i due campioni dell’occhialeria, è solo l’ultimo caso. Ma sempre di queste settimane sono la scalata di Vivendi a Mediaset e il completamento di un’altra precedente conquista, con l’uscita di Parmalat da Piazza Affari. Tutti casi che rischiano di passare in secondo piano se dovesse concretizzarsi l’assalto alle Assicurazioni Generali, terzo gruppo italiano per fatturato dopo Eni e Exor (la cassaforte della Fiat), 76mila dipendenti, oltre due miliardi di utile nel 2015 e circa 75 miliardi di nostro debito pubblico in pancia. Ieri dopo giorni di notizie che sembravano dare come cosa fatta il passaggio del timone alla francese Axa o alla tedesca Allianz, il gruppo del Leone di Trieste si è in parte blindato comprando il 3% di Banca Intesa San Paolo, alleata di Allianz. Acquisizione che in teoria mette Generali è al riparo dall’assedio di una sua a questo punto rilevante partecipata. Ma la partita è tutt’altro che chiusa e se l’attacco è veramente in corso ne vedremo ancora delle belle. È il mercato bellezza! si potrebbe dire allegramente, facendo valere il principio sacrosanto della libertà d’impresa.

È il mercato bellezza? Macché – Queste e tutte le altre operazioni di acquisizione degli ultimi anni sono state in fin dei conti utili per dare respiro alla nostra economia, con le quotazioni di Borsa sgretolate e gli investitori enormemente impoveriti. Ma in realtà c’è poco da sorridere. Per effetto della crisi e dei valori di mercato scesi spesso in modo irragionevole, chi sta facendo shopping sta portando a casa veramente grandi affari. A spese nostre. Se è infatti legittimo e doveroso che da qualunque parte del mondo si possa comprare le aziende italiane è anche folle che queste attività siano palesemente svendute. In questo modo stiamo perdendo le nostre eccellenze, trasferendo i loro profitti (spesso in crescita) all’estero. La globalizzazione non lascia molta scelta e oggi parlare di imprese italiane o francesi o anche americane non è proprio corretto. Il loro capitale proviene da ogni parte del pianeta e i manager o persino le sedi di comando sono delocalizzate rispetto al Paese di origine. Detto questo, quando c’è una volontà politica di non farci scippare i nostri tesori ecco che parte l’onda protezionistica. La vicenda Mediaset in questo caso è emblematica, tra altolà preventivi delle autorità di controllo sulla concorrenza e sul settore delle telecomunicazioni, per non parlare della moral suasion del Governo, di fronte alla quale per il momento i francesi del gruppo guidato da Vincent Bollorè sembrano non retrocedere. Un muro alzato solo perché Mediaset ha dietro l’interesse personale di Berlusconi. Quando si è trattato o si tratta di aziende con proprietà deboli (o con altri obiettivi prioritari, tipo la sistemazione degli assetti ereditari) ecco che invece tutto tace. Anche s eè chiaro che chi compra agli attuali valori di Borsa sta facendo uno scippo al Paese. Generali, che ne ha la forza, si sta difendendo, ma è non poco strano che in questa partita sia lasciata sola.