Assunzioni e dirigenti forti. Ecco cosa c’è nella riforma. Punto per punto le novità contenute nel disegno di legge

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La battaglia sulla scuola è come sempre senza quartiere. Ma cosa prevede questa riforma che ha portato in piazza migliaia di insegnanti, come non se ne vedevano dai tempi delle proteste oceaniche contro l’allora ministro Gelmini? Il punto davvero forte è il piano da 100mila assunzioni con l’obiettivo di chiudere le graduatorie provinciali dei supplenti e il definitivo superamento del precariato scolastico in Italia. I sindacati sono contrari perchè conquisterebbero un posto stabile tutti gli inclusi nelle liste dei precari della scuola primaria, media e superiore e i vincitori dell’ultimo concorso a cattedre, ma slitta l’assunzione degli insegnanti della scuola dell’infanzia e gli idonei all’ultimo concorso (in un primo momento assunti anche questi) e circa 50mila precari d’istituto che hanno prestato servizio per anni.

PRESIDI SINDACI
Altra novità contestata è il cosiddetto preside-sindaco, con l’assegnazione di nuovi poteri ai dirigenti scolastici. Tra le competenze del capo d’istituto è prevista la compilazione del Piano triennale dell’offerta formativa della scuola e la contestatissima valutazione dei docenti neo immessi in ruolo. Il dirigente scolastico potrà poi premiare, anche con un corrispettivo in denaro, gli insegnanti più bravi e scegliere i docenti dagli albi territoriali in cui verranno piazzati i 100mila nuovi assunti, contendendo alle altre scuole i docenti migliori. Per i sindacati si consentirebbe ai presidi di diventare dittatori. Ma in realtà a fare paura davvero è la valutazione alla quale moltissimi docenti non intendono sottostare. Di qui l’accusa ai dirigenti scolastici di non essere all’altezza di un tale compito di valutazione. Da questi poteri del preside passa però il nuovo concetto di autonomia scolastica che dovrà avere risorse di personale ed economiche adeguate. Di qui, accanto agli attuali finanziamenti statali, la previsione dell’eventuale destinazione alla scuola del 5 per mille dalla dichiarazione dei redditi annuale da parte dei genitori. Possibile anche lo “school bonus”, cioè le donazioni in denaro da parte di privati. Ogni insegnante avrà a disposizione una Carta con 500 euro annui per spese culturali: acquisto di libri, software, abbonamenti teatrali ed altro. Proposte condivisibili? Anche questa volta no, perchè secondo i sindacati si accentueranno i divari tra scuole frequentate dalle élite e gli istituti che operano in contesti disagiati.

LAVORO
Scuola e lavoro sono da sempre i due lati di un ponte interrotto. Il governo ci punta per combattere l’enorme dispersione scolastica, avvicinando l’offerta formativa delle scuole e la domanda di professionalità delle imprese che spesso non riescono a reperire sul mercato alcune figure. Di qui la novità di un’alternanza scuola-lavoro (con almeno 400 ore in azienda nei tecnici e nei professionali nell’ultimo triennio e 200 ore nei licei). Almeno su questo i sindacati non dovrebbero avere nulla in contrario e invece anche qua c’è l’opposizione. La paura è che la scuola venga piegata sul lavoro perdendo la sua dimensione educativa. Tra le novità della riforma ci sono poi un po’ di soldi alle scuole private e all’edilizia scolastica. Su quest’ultimo punto sono in ballo quattro miliardi di euro da spende nei prossimi anni per mettere a norma 36mila edifici non in regola. Interventi quanto mai necessari visto che soffitti e infissi continuano a cadere.

AIUTI ALLE PRIVATE
Per quanto riguarda invece il finanziamento alle scuole private – da sempre visto come fumo negli occhi dai sindacati – arriva la detraibilità delle spese sostenute per frequentare le paritarie dell’infanzia e del primo ciclo, con un tetto massimo di 400 euro ad alunno per anno. Un impegno da appena 100 milioni l’anno a fronte del diritto alla libertà di scelta.

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di Gaetano Pedullà

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