Autorità indipendenti solo di nome. I vertici li sceglie la politica. Gran parte delle Authority è di nomina parlamentare. E ora si pensa pure di farle finanziare dai controllati

di Clemente Pistilli
Politica

Autorità amministrative indipendenti. Ma più di nome che di fatto. In Italia se ne contano infatti 19, ma i componenti sono nominati dalla politica e in larghissima parte direttamente dal Governo di turno, che decidono su ben 74 poltrone. Senza contare che, visti i tagli alle spese della pubblica amministrazione, per il futuro è addirittura previsto che a finanziarle siano gli stessi soggetti controllati. Le Authority sono infine uno dei luoghi principali dove vengono riciclati ex potenti e big della politica trombati. Difficile in tali condizioni che in Italia tali Autorità siano realmente, come dovrebbero essere, soggetti sottratti al controllo diretto dell’esecutivo chiamati a regolare settori ritenuti particolarmente delicati e ad alto contenuto tecnico. Particolarmente difficile soprattutto che possano garantire la neutralità nei confronti degli interessi pubblici e privati coinvolti.

Ad analizzare lo stato delle Authority, organismi istituiti da specifiche leggi, con poteri normativi, di vigilanza, sanzionatori e di risoluzione delle controversie, è stata la fondazione Openpolis. Per garantire l’autonomia delle Autorità indipendenti, la durata del mandato in molti casi è di sette anni, maggiore della legislatura in cui i membri delle stesse sono stati scelti, e in molti casi l’incarico non può essere rinnovato e sono previste delle clausole di incompatibilità con altre nomine. Troppo poco però per arrivare a una vera indipendenza. Come è evidente guardando alle principali Authority.

La Consob, che si occupa della tutela degli investitori e della trasparenza del mercato mobiliare italiano, composta da un presidente e quattro membri scelti dal premier previa delibera del Consiglio dei ministri, è ad esempio presieduta da Paolo Savona, ex ministro per gli affari europei del Governo gialloverde, incarico assegnatogli dopo lo stop del Quirinale all’ipotesi di metterlo alla guida del Ministero delle finanze viste le posizioni eurocritiche del prof, e poi scelto dagli stessi gialloverdi come numero uno della Commissione nazionale per le società e la borsa. Al Garante per la protezione dei dati personali, con 4 membri scelti dal Parlamento, è poi evidente quanto pesi la politica e quanto la politica sia interessata a poter inserire in tali ruoli propri uomini di fiducia, considerando che alla presidenza c’è ancora il dem Antonello Soro (nella foto), nonostante l’incarico sia scaduto: alle Camere manca un accordo sul successore.

Stessa situazione per l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che controlla il mercato delle telecomunicazioni, con il presidente nominato dal premier, due membri del direttivo dalla Camera e due dal Senato, ancora guidata da Angelo Marcello Cardani. Senza considerare il potere della Banca d’Italia, con 5 membri scelti dal presidente del Consiglio dei ministri, che è inserita nel sistema europeo delle banche centrali che comporta una stretta relazione con la Banca centrale europea e che allo stesso tempo ha tra i propri azionisti anche gli istituti bancari privati.

Sull’Anac poi, dopo le dimissioni di Raffaele Cantone, neppure si sta discutendo del nuovo presidente. Ma non finisce qui. I 7 membri del direttivo dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario vengono infatti scelti direttamente dal Ministro dell’istruzione, mentre il presidente dell’Agenzia nazionale per la rappresentanza negoziale nella pubblica amministrazione è nominato direttamente dal ministro della pubblica amministrazione. Le Authority vanno avanti così, con presidenti che hanno un’età media di 63,8 anni e poche donne nei direttivi, attualmente solo il 29%.