Avvocato, non la pago. L’ultima moda della malagiustizia

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di Nicoletta Appignani

“Caro avvocato, grazie di avermi assistito. Ora però non la pago. Mi faccia causa”.
Sembrerebbe uno scherzo e invece è la realtà. Una situazione sempre più frequente negli studi legali italiani. Segretarie che chiamano i clienti sollecitando le parcelle ancora non saldate e si sentono rispondere con un “non posso”, “ci sentiamo più in là”. Avvocati che, malgrado svariati tentativi, non riescono a trovare il destinatario dei solleciti. Anche se magari la parcella in questione riguarda il recupero – andato a buon fine – di soldi per conto del cliente, a sua volta non pagato da qualcuno. Quindi una persona o una società che i soldi, il malcapitato legale, sa per certo che li ha. Magari perché li ha ripresi proprio grazie a lui. È la crisi che morde anche gli avvocati, insomma: un problema che ovviamente è aumentato con la recente, pessima congiuntura economica. La stessa che ha aumentato negli studi legali il lavoro di “recupero crediti”, prima per conto dei clienti, poi contro questi ultimi.

Pareri di congruità
I dati forniti dai vari consigli dell’ordine parlano chiaro: sono tantissimi agli avvocati che si presentano per la richiesta dei cosiddetti pareri di congruità. Parcelle alla mano ci si reca all’ordine degli avvocati di competenza e si chiede “una valutazione delle tariffe applicate”, quelle che non vengono saldate o che vengono contestate. Soltanto a Roma, dall’inizio dell’anno, ne sono stati presentati 455, ai quali si uniscono 34 conciliazioni. Una pratica che secondo le previsioni sarebbe dovuta diminuire e che invece è in aumento. “Sembrava che il nuovo sistema dovesse rendere inutili i pareri di congruità – spiega l’avvocato Aldo Minghelli, consigliere dell’Ordine degli avvocati di Roma – e invece restano determinanti per la rivendicazione di un giusto compenso da parte degli avvocati”. Ma non esiste solo questa via: molti professionisti si rivolgono direttamente al tribunale, facendo causa ai propri clienti. E a non pagare sono sia privati che società, alcune delle quali anche molto in vista. Ma non solo. Perché tra i fuggiaschi sono finiti anche i clienti di prim’ordine, quelli per i quali i legali hanno da sempre fatto a gara: le banche.
“Già stipulano le convenzioni per pagare meno – si lamenta un avvocato fuori dal tribunale – ora invece non saldano proprio più le fatture. Io ne ho alcune del 2009 di cui non ho ancora visto un centesimo”.
Fatture che possono superare anche qualche decina di migliaia di euro e che comprendono anni di lavoro e soldi anticipati. Ma la banca, come la grande azienda, talvolta fa capire che c’è una lunga coda di avvocati fuori dalla porta. Per questo, alla fine, i professionisti evitano fino all’ultimo di citare in giudizio l’istituto di credito. Pena la perdita del lavoro.

Prova a prendermi
E anzi, malgrado i ritardi, le banche tutto sommato sono ancora clienti solvibili. Il problema peggiore riguarda i privati, professionisti, artigiani, piccoli imprenditori. Che ultimamente sempre più spesso si rivolgono all’avvocato di turno proprio per recuperare un credito.
Quindi il legale prima insegue persone e società con le lettere raccomandate di rito, poi deposita decreti ingiuntivi, poi a volte tenta il pignoramento. Il tutto stando attento a rispettare i termini e anticipando di tasca sua i soldi necessari per notifiche, marche da bollo, spese postali, telefonate, fax e quant’altro. E alla fine, dopo essere finalmente riuscito a far rimborsare il proprio cliente, si trova esattamente nei panni di quest’ultimo. Quando, la stessa persona che prima tartassava l’avvocato di telefonate e visite per avere notizia dei propri soldi, improvvisamente scompare. Ed ecco il nuovo doppio lavoro degli avvocati: curare le pratiche e poi cercare di farsele pagare.