Banche avare

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di Gaetano Pedullà

Se non ci sentono con le cattive maniere, figuriamoci che effetto gli fa la moral suasion di Matteo Renzi. Le nostre banche hanno una responsabilità fortissima nella crisi che sta affondando l’Italia. Al bivio tra sostenere i clienti – anche quelli più antichi e affidabili – e sedare il nervosismo dei mercati o accontentare i grandi azionisti a caccia di dividendi, sono anni che i manager non hanno dubbi. Il credito alle famiglie e alle imprese (fatte salve quelle con i santi i Paradiso, quasi sempre giganteschi bidoni) è in discesa da 25 mesi consecutivi. E alla faccia della Banca centrale europea, che ha tagliato i tassi al minimo storico, se mai ti danno qualche soldo c’è da pagarci su commissioni e spese che di fatto portano il costo del denaro a livelli inaccettabili. Tutto questo i nostri banchieri lo sanno bene, non solo per inchieste come quella in corso a Trani. A suonare l’allarme sono infatti tutti i giorni gli imprenditori, i padri di famiglia, i normali correntisti che bussano alle loro agenzie per chiedere sostegno. Pressioni alle quali il sistema risponde con una montagna di burocrazia, tempi lunghi per deliberare, parametri standard che fanno ridere di fronte alle condizioni drammatiche della nostra economia. Le banche non devono buttare via il denaro, ma nemmeno tradire chi lo ha sempre restituito e con i giusti supporti può farlo ancora. Ieri così Renzi ha provato a convincerle. L’Abi, l’associazione degli istituti, ha risposto che i prestiti sono aumentati, come se il comportamento delle nostre banche non sia sotto gli occhi di tutti. L’ennesima prova che le banche possono davvero fare di più. Ma non sarà la moral suasion a farle cambiar registro.