A pescare nel lago Bardawil, nel nord del Sinai, serve il permesso di un’agenzia che risponde all’Aeronautica militare egiziana. Si chiama Autorità Futuro dell’Egitto per lo sviluppo sostenibile, e ha in carico il lago dal novembre 2024. Da allora decide chi entra in acqua, con quale rete e a quale prezzo consegna il pescato. Il rapporto “Fishing Under Military Order”, uscito a luglio 2026, mette in fila 28 interviste raccolte fra dicembre 2025 e marzo 2026 e i fascicoli dei processi. Lo firmano EgyptWide, la Sinai Foundation for Human Rights e l’Egyptian Front for Human Rights. Il lavoro grosso l’aveva fatto il decreto presidenziale 294 del 2019, che classifica i grandi laghi come aree adiacenti ai confini e li affida ai tribunali militari. I pescatori restano civili, i loro giudici no.
Bardawil: il pesce, il prezzo, la multa
Da novembre 2024 le barche che rientrano all’attracco consegnano agli agenti dell’Autorità fra il 70 e il 100 per cento del pescato. Il prezzo lo fissa chi ritira: l’orata a 100 sterline egiziane quando sul mercato ne vale 250, la cernia a 300 contro 850. Poi l’Autorità rivende, e il margine resta dentro il perimetro militare.
Le licenze seguono la stessa curva. Con la vecchia amministrazione civile costavano 130 sterline l’anno, oggi 300 ogni tre mesi. Le sanzioni amministrative sono passate da qualche centinaio di sterline a cifre fra 20mila e 60mila. Una barca che deriva verso la bocca del lago per la marea costa più di quanto renda una stagione. Intanto la produzione dichiarata scende, da 20-25 tonnellate al giorno a 10-13. Lo sviluppo, insomma, ha una direzione sola.
Dal lago al tribunale militare
Il 6 e 7 gennaio 2025 la polizia militare dell’agenzia ha arrestato cinque pescatori. Accusa: pesca in periodo proibito dentro un’area militare. Il 19 febbraio un tribunale militare li ha condannati a un anno di carcere e 50mila sterline di multa ciascuno, come hanno documentato Amnesty International e la Sinai Foundation. Alle difese è stato negato il controinterrogatorio dei testimoni dell’accusa, e due udienze si sono tenute senza gli imputati. Il rapporto conta almeno 13pescatori detenuti o processati a Ismailia. E l’agenzia che li denuncia è la stessa che compra il loro pesce.
A maggio 2025 i pescatori hanno provato lo sciopero. L’amministrazione ha chiuso il lago, poi ha fatto circolare le liste dei sospesi: una cinquantina di licenze revocate in via definitiva, comprese quelle di chi allo sciopero era estraneo. La trattativa, quando è stata concessa, si teneva a El-Dabaa, a centinaia di chilometri dalle case. Un negoziato costruito perché fallisse.
Il conto che paga l’Europa
Il lago è un dettaglio dentro un sistema. Il rapporto annuale 2026 di Amnesty conta circa 6.000 persone rinviate ai circuiti speciali per il terrorismo in nove mesi, molte per il solo esercizio di diritti fondamentali. Human Rights Watch, alla vigilia del primo vertice Ue-Egitto dell’ottobre 2025, ha scritto che sparizioni forzate, torture ed esecuzioni extragiudiziali proseguono in un contesto di impunità quasi totale.
Bruxelles, da parte sua, ha alzato la posta. 7,4 miliardi di euro nel pacchetto firmato al Cairo il 17 marzo 2024, 5 miliardi di assistenza macrofinanziaria, gli ultimi 4 a giugno 2025. E due tranche da 20 milioni, novembre 2024 e 8 giugno 2026, versate alle Forze armate egiziane attraverso lo Strumento europeo per la pace. Le stesse che amministrano il lago.
Roma lo sa già
Al vertice del Cairo c’era Giorgia Meloni, che lo definì storico e ci agganciò il Piano Mattei. L’Italia resta il fornitore militare di riferimento. Fra il 2013 e il 2020 sono state autorizzate vendite di armamenti all’Egitto per 2 miliardi e 33 milioni di euro, il 92 per cento concentrato nel biennio 2019-2020, secondo l’elaborazione di Weapon Watch sulle relazioni governative. Le due fregate Fremm cedute dall’Italia valgono da sole circa 1,2 miliardi.
E il 28 settembre la prima Corte d’assise di Roma leggerà la sentenza sull’omicidio di Giulio Regeni, sparito al Cairo il 25 gennaio 2016. Quattro ufficiali della National Security Agency sono giudicati in contumacia: gli indirizzi il Cairo si è sempre rifiutato di darli. La procura ha chiesto l’ergastolo per uno di loro e 17 anni e sei mesi per gli altri tre.
Poi c’è il capitolo di casa nostra. Il 26 novembre 2025 il ministero dell’Interno ha dato il via libera all’espulsione verso l’Egitto di Mohamed Shahin, imam a Torino da oltre vent’anni e oppositore del regime. A fine dicembre la Corte d’appello di Caltanissetta ha negato il rimpatrio, indicando un rischio concreto per la sua vita. A marzo 2026 la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell’Avvocatura dello Stato. I giudici italiani hanno messo agli atti quello che il governo evita di pronunciare: in Egitto un oppositore ci lascia la pelle.
Il pesce del Bardawil, intanto, viaggia verso le tavole europee. Dopo oltre tre anni di stop, e una missione ispettiva, l’Unione ha riaperto nel 2024 il mercato al pescato egiziano. Nell’aprile 2026 il Cairo ha ottenuto il primo via libera anche per l’acquacoltura. Le ispezioni misurano la tracciabilità sanitaria. Su chi lo pesca, e a quali condizioni, l’ispezione manca.