Barracuda. Il caso di Caivano. Quello che non vi raccontano sulle periferie

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Degrado, criminalità, marginalità sociale, atti vandalici, abusivismo. L’assenza di una politica adeguata, che si palesa solo in campagna elettorale, l’alto tasso di disoccupazione e una architettura che non ha mantenuto il suo impianto originario aggregativo, ma al contrario  soffocante, ha contribuito ad avvitare problemi su problemi, senza margini di risoluzione.

A tal punto da provocare una guerra fra poveri, caccia alle streghe e isolamento. E tanta, troppo ipocrisia.

Caivano è la dimostrazione di una rete di omertà nella quale si sono impigliate vittime che, però, in troppi avrebbero potuto salvare e dovuto prevedere.

Ma quante Caivano esistono in Italia?

Quanti labirinti  si trasformano in inferno senza apparenti vie di uscita?

L’anno scorso le periferie avevano riacceso l’interesse mediatico per la vicinanza con i campi rom o contro l’occupazione di case popolari non assegnate, da parte di immigrati ed italiani.

Oggi con la denuncia per le moschee abusive.

C’è chi, come Alfio Marchini a Mattino5, ha proposto di far piantonare le zone a rischio, dall’esercito.

Non so come reagirebbero gli abitanti, ma di certo l’ambiguità della politica e di alcune promesse ascoltate precedentemente, forse dovrebbe essere violentemente arrestata da una proposta shock.

In molte vie non esiste l’illuminazione. Le fermate dei mezzi pubblici sono trappole per molte donne che hanno denunciato furti e violenze.

Per non parlare dei marciapiedi: quasi inesistenti a tal punto da costringere mamme a camminare con i passeggini, in strada.

Questo non può ridursi solo a ciclici allarmi. Questo è il nostro Paese. Non possiamo difenderlo dal terrorismo, proponendo la chiusura delle moschee o dei campi rom, e non preoccuparci di sostenere una politica differente ugualmente sempre.

La riqualificazione delle zone di degrado, lo abbiamo visto documentando spesso le Vele di Scampia, potrebbe trasformare zone simbolo di malavita e di distruzione, in speranze per le nuove generazioni. In connessioni fra il quartiere, la cultura, la legalità, la solidarietà.

Non possiamo affidarci soltanto a comitati di quartiere e a bravi e onesti cittadini che prendono le distanze dal contesto. Ma sostenerli.

Sappiamo bene che niente infastidisce la malavita più dell’ordine, più della resistenza, più della cultura. Perché rende liberi, apre una terza via fra l’assenza dello stato e la presenza dell’antistato.

E questo è il più grande esercito che possiamo armare.

Perché infatti spaventava la mafia, Don Puglisi?

Perché aveva osato sfidare qualche mafioso?

No. Perché aveva osato salvare i giovani mostrando la parte più giusta – e possibile – del mondo.