Beatrice, il ministro che ama Orwell e Barry White

di Monica Setta
Politica

di Monica Setta

Prima che diventasse ministro della Salute – quinta donna a sedere su quella poltrona dopo Tina Anselmi, Maria Pia Garavaglia, Rosy Bindi e Livia Turco – l’esistenza di Beatrice Lorenzin, classe 1971, una carriera nata tutta dentro Forza Italia, pareva scandita con il metronomo, sussultava ad ogni variazione di ritmo. Ritmo poi, si fa per dire. L’esperienza più emozionante dal 1996, anno del debutto politico, a ieri è stata la candidatura (poi ritirata) della Meg Ryan de ‘ noantri – la separazione alla nascita fra Beatrice e l’attrice è poco sopra lo zero – alla Regione Lazio dove ha lasciato correre, più o meno consapevolmente, Francesco Storace. Donna remissiva e pedante come può esserlo la “prima” di una classe di ripetenti, Lorenzin a me sta profondamente simpatica proprio perchè non un soffio di vento ha mai spostato il suo ciuffo biondo sfuggito alla pettinatura compatta, chiome liscie di piastra, imperturbabili davanti al caldo dell’estate o alle schegge puntute e gelide. A differenza di quelle che si prendono drammaticamente sul serio ricostruendo profili, carriere, look e amicizie appena vengono cooptate dal potere con la P maiuscola, lei è rimasta negli anni fedele a se stessa, alla sua modestia paradigmatica, metafisica. La sua pagina Facebook segnala che i gusti musicali del ministro sono identici nei secoli: Police, Barry White e Pink Floyd.

Sul metaforico comodino si accomodano due titoli di George Orwell, il celebre “1984” e “Animal farm”. Beatrice compare in diverse pose sempre con la camicetta aperta al secondo bottoncino, le giacche a stampa floreale, le gonne oltre il ginocchio, comode, opache, anestetizzanti per chi si eccita (come direbbe Oliviero Toscani facendosi giustamente linciare dalle femministe) davanti a una scollatura oppure a una minigonna. Però pare che lo stile ingessato della signora ministro piaccia anche al suo “pubblico” maschile. Fra i commenti postati sotto le foto gli aggettivi non superano mai il livello diplomatico di guardia per cui lei è “splendida” ma anche “graziosa e dolce” oppure “affascinante”. Niente a che vedere con i bordi slabbrati e taglienti della avventurosa vita di Mara Carfagna o con la bellezza esplosiva, insidiosa di Stefania Prestigiacomo che nella sua lunga militanza politica avrebbe (ma io non ci credo neanche un po’) incantato Gianfranco Fini e addirittura Pierluigi Bersani. Beatrice tutt’al più clicca “mi piace” alla pagina personaggio pubblico di Claudio Velardi che, come concessione al fascino maschile, scusate ma francamente mi sembra poco o niente. Dite che vi pare comunque inadatta al ruolo, troppo di destra per poter ragionare a mente scevra da pregiudizi sulla legge 40?

Può darsi, ma almeno lei è coerente con la sua vera anima: maestrina, d’accordo, ma non della penna rossa. Le sue frasi ricorrenti sono le seguenti: “In politica ci vuole speranza” e “Non uccidiamo i sogni”. Detto fra noi, qualcosa di più originale anche senza sforzarsi si poteva trovare, ma tant’è io apprezzo la propensione ad una filosofia terre à terre, semplice, immediata, ficcante. Che ministro sarà, come direbbe il poeta Lucio Battisti, lo scopriremo solo vivendo, anche se le prime dichiarazioni, in puro stile “elementare, Watson”, lasciano ben sperare. Beatrice ha messo le mani avanti: “Troppi tagli nella sanità, ora basta”. Come realizzare la doverosa spending review ce lo spiegherà poi quando andrà a sedersi nella comoda poltrona di un talk show esibendo il tono cavilloso, minuzioso, meticoloso. Tanto è sicuro che neanche lì perderà le staffe o almeno cercherà di farlo nel modo più compito che c’è. Ricordo una volta, nel giugno scorso, lei e il vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini battibeccarono a Ballarò sulla crisi. Giannini tuonava che il Cavaliere aveva mentito agli italiani dicendo che tutto andava bene madama la marchesa, mentre l’Italia colava a picco. Beatrice sorrideva, replicando, quasi mansueta che “aveva fatto bene Berlusconi a minimizzare” altrimenti i sogni degli italiani sarebbero stati schiacciati dal peso delle preoccupazioni. Ineccepibile, non c’è che dire. Quando si dice che la speranza è tutto….