Benetton fuori da Autostrade. Si allungano i tempi della trattativa. Atlantia alza la posta e rimette in discussione l’accordo. Ma i Cinque Stelle avvisano: conta il risultato finale

di Maria Elena Cosenza
Politica

Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco. Sembrava ormai raggiunto l’accordo con Atlantia, la holding della famiglia Benetton, annunciato il 14 luglio dal Governo. E invece la firma del memorandum, che rappresenta solo il primo atto dell’operazione con cui la società concessionaria di rete autostradale si appresta ad un cambio di controllo, sembra slittare almeno fino a settembre. La situazione, dunque, non è poi così rosea. L’accordo in realtà non c’è. Vuoi per la pausa estiva, vuoi per la mancanza di un punto di incontro con i Benetton, fatto sta che di progressi nella trattativa se ne riparlerà almeno alle soglie dell’autunno.

Il prossimo cda di Autostrade per l’Italia (Aspi) è previsto per gli inizi del mese prossimo. Ma ripercorriamo le tappe. Il tutto nasce dalla tragedia del ponte Morandi, avvenuta a Genova il 14 agosto 2018. Dopo il crollo del viadotto che ha causato la morte di 43 persone il Governo decide di ridimensionare l’azionariato della famiglia Benetton, nella società gestore. Per sventare la revoca della concessione, Atlantia in un primo momento aveva accettato tutte le richieste dell’Esecutivo: un’ulteriore riduzione dei pedaggi, un aumento dei risarcimenti e la manleva per le eventuali responsabilità del ministero dei Trasporti per i mancati controlli sul ponte Morandi.

Ma la vera sostanza politica della proposta era appunto una ulteriore riduzione del peso della famiglia Benetton nella proprietà. Come? Lo strumento tecnico era non solo l’ingresso di Cassa depositi e prestiti (Cdp) e di altri soci in Atlantia, la holding che controlla Autostrade. Ma lo scorporo di Autostrade rispetto alla holding, e la successiva quotazione in Borsa della stessa società che porterebbe alla definitiva uscita dal capitale dei Benetton. Il 14 luglio scorso il Governo annuncia l’accordo, quindi l’ingresso di Cdp con un’iniezione di denaro che avrebbe comportato un aumento di capitale.

Soltanto due settimane dopo, precisamente il 3 agosto, giorno dell’inaugurazione del nuovo ponte di Genova, il cda di Aspi ha inviato una lettera al Governo affermando che sono disponibili a percorrere due strade: “La vendita tramite un processo competitivo internazionale – gestito da advisor indipendenti – dell’intera quota dell’88% detenuta in Aspi, al quale potrà partecipare Cdp congiuntamente ad altri Investitori Istituzionali di suo gradimento”, oppure “la scissione parziale e proporzionale di una quota fino all’88% di Aspi mediante creazione di un veicolo beneficiario da quotare in Borsa, creando quindi una public company contendibile”.

Entrambe, però, risultano essere lontane dalle posizioni del Governo. Il che riporta sul tavolo la questione della revoca della concessione. La sensazione, al momento, è che, essendoci una trattativa in corso, la holding che fa capo a Edizione (30,25%) della famiglia Benetton, in quanto azienda quotata, non possa accettare modalità di avvicendamento che suonino come un esproprio dinanzi alla compagine di investitori internazionali. Né, tantomeno, una valutazione di Aspi che penalizzi l’ensemble dei soci visto che il mercato valuta la concessionaria fino a 9 miliardi di euro. Quindi si punta a massimizzare l’accordo, con inevitabili ritardi nella definizione dell’operazione.

“Non contano i tempi ma la sostanza del risultato: Autostrade tornerà in mano ai cittadini e siamo fiduciosi che il Mit lavorerà per mettere a punto un assetto che non lasci incertezze in tal senso – spiega la capogruppo M5S in commissione Ambiente della Camera, Paola Deiana -. Lo dobbiamo alle 43 vittime di ponte Morandi, ai familiari e al diritto di tutti di attraversare in sicurezza la nostra rete autostradale. Atlantia intanto chiude i conti del primo semestre 2020 con una perdita pari a 772 milioni a fronte di un risultato in utile per 594 milioni nello stesso periodo del 2019. I ricavi operativi sono in calo di 1,89 miliardi, -34%, a 3,714 miliardi. Il margine operativo lordo è in calo del 63% a 1,3 miliardi. In calo anche gli investimenti operativi: -22% a 633 milioni.