Beppe Grillo punta alla guida della Vigilanza Rai illudendosi che conti ancora qualcosa. Dovrebbe fare una telefonata agli ex presidenti Marco Taradash (“Presiederla non fa nemmeno curriculum”) e Francesco Storace (“Non ha senso e la tv di Stato è un marchettificio”)

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di Vittorio Pezzuto

Si sa, l’appetito vien mangiando. In attesa di decidere se e come restituire gran parte del loro stipendio, i parlamentari eterodiretti da Beppe Grillo hanno intanto provveduto a rastrellare tutte le poltrone disponibili nelle Commissioni permanenti: tra Senato e Camera il vorace Movimento 5 Stelle si è infatti impadronito di una presidenza e di 20 vicepresidenze su 28 (a Montecitorio hanno lasciato alle altre opposizioni soltanto quelle di Cultura e Affari sociali, argomenti sui quali evidentemente non si sentivano adeguati).
Non ancora sazi, i pentastellati rivendicano adesso la presidenza delle commissioni bicamerali più significative, quelle del Copasir e della Vigilanza Rai. Sulla delicatezza della prima è appena il caso di chiedersi se sia opportuno che gli amanti della trasparenza in diretta streaming possano assicurare la necessaria riservatezza nel controllo dell’operato dei nostri servizi segreti. Mentre più di un dubbio andrebbe sollevato sulla presunta utilità della seconda.
E’ pur vero che la candidatura di Rocco Crimi si configura come il più classico “promoveatur ut amoveatur” che consentirebbe un ricambio più affidabile e meno naif alla guida dei senatori. Lo stesso Beppe Grillo sembra però attendersi molto da questa presidenza, sovrastimandone l’importanza.

Proposta di consulenza
Forse gli converrebbe fare una telefonata a Francesco Storace e a Marco Taradash. Per questi suoi due storici e battaglieri ex presidenti, la Commissione di Vigilanza Rai non ha infatti più alcun senso. «Occorrerebbe chiedersi piuttosto se ha ancora senso la Rai» sorride feroce il leader de La Destra. «La Rai è solo un marchettificio! Bisognerebbe sigillarla, prendere le impronte digitali di tutti i suoi dirigenti e giornalisti e poi portarla in blocco alla Procura della Repubblica» aggiunge onorando il suo soprannome di Epurator. «Quanto ai grillini, se vogliono faccio loro volentieri da consulente. Lo troverei molto gustoso».

 

Silenzio in Procura
Anche per il giornalista Marco Taradash – approdato in Parlamento nel 1994 dopo aver condotto per molti anni la rassegna “Stampa e regime” su Radio Radicale – questa commissione «non ha mai avuto grande senso, tant’è vero che da presidente ne proposi l’abolizione. Dovrebbero esserci altri meccanismi di controllo, lasciati all’intero Parlamento. A maggior ragione da quando esiste l’Agcom, a cui potrebbero essere delegati alcuni degli attuali compiti».
Sembra difficile che una commissione parlamentare possa controllare come si deve una tv di Stato che per decenni ha assorbito come una spugna centinaia di politici e loro affiliati. «E’ nata con funzioni di equilibrio proprie della prima Repubblica che non avevano più senso con la seconda. Figuriamoci adesso. I suoi poteri reali sono scarsissimi, per non dire nulli. E’ una cassa di risonanza che in realtà risuona poco. E diventarne il presidente o un suo membro è un episodio che si può omettere anche nella stesura del proprio curriculum personale. In quelle stanze vengono ormai definite soltanto le norme di accesso e di partecipazione alla tv di Stato in occasione delle diverse tornate elettorali. Ma questo potrebbero farlo benissimo le commissioni Telecomunicazioni di Camera e Senato, anche perché le tribune politiche sono ormai un residuato bellico della prima Repubblica che fanno gli ascolti del monoscopio». Taradash rivolge volentieri un consiglio al futuro nuovo presidente della Commissione di Vigilanza Rai: «Poche ore dopo la mia elezione mi recai a palazzo Clodio per denunciare i vertici della Rai che per decenni avevano negato verità e informazione. Anche oggi non sarebbe una cattiva idea, anche se va detto che la Procura della Repubblica di Roma si guardò bene dal dare un seguito alla mia clamorosa iniziativa. Tra l’altro, a parte i radicali, oggi nessuno si sente davvero discriminato dalla Rai. Meno che mai i grillini. In campagna elettorale sono stati assenti dagli schermi solo perché si rifiutavano di partecipare a trasmissioni televisive. Una scelta che ha fatto notizia e che ha consentito loro di ottenere il doppio di attenzione: una forma di marketing eccezionale».

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