Tredici anni di “plotone d’esecuzione”, di “sentenza politica”, di toghe rosse. Tutto in fumo… Ieri la Corte europea dei diritti dell’uomo ha chiuso la partita. All’unanimità. Nel 2013 Silvio Berlusconi fu condannato in via definitiva per la frode fiscale sui diritti tv di Mediaset e, secondo Strasburgo, in quel processo non c’è stata “alcuna violazione dell’articolo 6”, quello sul diritto a un processo equo.
Con la sua sentenza, Strasburgo non entra nel merito della colpevolezza: non era quello il suo compito. Ma demolisce la tesi del processo truccato. Il Cavaliere, scrivono i giudici, “non ha dimostrato” che il collegio della Cassazione, “e in particolare il presidente della sezione”, mancasse di imparzialità. Le altre doglianze sono state dichiarate irricevibili, perché “manifestamente infondate o presentate fuori termine”.
La condanna era stata a quattro anni, tre dei quali coperti dall’indulto, e a Berlusconi costò il seggio: nel novembre 2013 il Senato ne votò la decadenza in base alla legge Severino. La pena residua la scontò con l’affidamento ai servizi sociali.
Il ricorso (n. 8683/14) era stato presentato nel dicembre 2013. Dopo la morte di Berlusconi, nel giugno 2023, gli eredi avevano deciso di andare avanti. Strasburgo ha esaminato uno per uno i quattro argomenti della difesa. E li ha respinti. Tutti.
Bocciati tutti i quattro motivi del ricorso
Il primo era l’intervista del presidente del collegio, Antonio Esposito, al Mattino. Per la Corte quelle parole arrivarono dopo la lettura del dispositivo, il 1° agosto 2013, “quando era già stata adottata una decisione definitiva”, e non lasciano supporre “un’idea preconcetta circa la colpevolezza”.
I giudici riconoscono che parlare con la stampa prima del deposito delle motivazioni “poteva sollevare una serie di interrogativi”, alla luce del “dovere di discrezione”. Ma di parzialità non c’è prova.
Il secondo: le frasi ostili attribuite a Esposito da terzi. Non ci sono “prove sufficienti” che siano mai state pronunciate. Il terzo riguardava il giudice indicato come A.F., cioè il relatore Amedeo Franco: le sue confidenze registrate erano diventate il cavallo di battaglia di Forza Italia. Per Strasburgo erano “di carattere generale e incoerenti con la sua condotta durante e dopo il procedimento”.
E il presunto tentativo di registrare la camera di consiglio, anche se dimostrato, non proverebbe che gli altri giudici si siano comportati male.
Infine le “anomalie”. La rapidità del procedimento “non costituiva un indizio di mancanza di imparzialità”. E la presunta presenza di un estraneo in camera di consiglio era “un’accusa mossa da Il Giornale senza alcuna prova a sostegno”.
La sentenza è di una Sezione e le parti possono ancora chiedere il rinvio alla Grande Camera.