Big Tobacco, guerra tra lobby. Imperial attacca Philip Morris. Nel mirino pure le “foto” di Renzi con i vertici della multinazionale Usa

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di Stefano Sansonetti

Al Governo fanno finta di non accorgersene. Ma tutti, dal presidente del consiglio, Matteo Renzi, al ministro per la salute, Beatrice Lorenzin, sanno molto bene che quello del tabacco è un terreno su cui in Italia si sta combattendo un’autentica guerra. Per rendersene conto bastava farsi un giretto a Bologna, sul finire della scorsa settimana, dove si è tenuto il “Global tobacco and nicotine forum 2015”. In ballo tutti i pezzi grossi di Big Tobacco, senza però alcuna presenza delle istituzioni. Ebbene, sono volati gli stracci. In particolare a darsele di santa ragione sono stati due colossi come Philip Morris (che tra l’altro vende l’omonima marca di sigarette e le Marlboro) e Imperial Tobacco (Gauloises, Davidoff), che naturalmente in Italia hanno business o prospettive di business di difendere.

FORZE IN CAMPO
Ad accendere la miccia uno studio presentato proprio da Imperial Tobacco, che ha messo nel mirino alcuni nuovi prodotti venduti in Italia da Philip Morris. Il riferimento è soprattutto alla Iqos, quella specie di sigaretta ibrida che dovrebbe funzionare tramite un meccanismo di “inalazione senza combustione” del tabacco, quindi essere meno nociva. Su quest’ultimo punto si giocano i destini di un settore che vale 12 miliardi di euro l’anno di sole accise. Eh sì, perché se un prodotto è meno nocivo, come per esempio le e-cig (sigarette elettroniche), ha diritto a sgravi fiscali. E la Iqos della Philip Morris è riuscita a strappare l’inquadramento proprio nella categoria dei prodotti “premiati” con un taglio dell’accisa del 50%. Ma la Iqos è davvero meno pericolosa? La risposta è negativa, almeno secondo un durissimo report di Imperial Tobacco, predisposto dal chief scientist Steve Stotesbury. “I dati mostrano che tirata dopo tirata la maggior parte delle sostanze associate al fumo di sigaretta nella Iqos vedono una riduzione dall’85 al 95%”, ha spiegato Stotesbury, aggiungendo però che “se compariamo questo dato con quello delle e-cig, scopriamo che in queste ultime le stesse sostanze dannose o anche solo potenzialmente dannose sono assenti o non rilevabili”. Insomma, sarà pur vero che la Iqos è un prodotto meno a rischio delle sigarette tradizionali, ma non quanto le sigarette elettroniche, che secondo Stotesbury hanno un potenziale maggiore. Sia chiaro, qui ognuno gioca i suoi interessi. Imperial Tobacco ha lanciato in Italia una e-cig, Jai, e non gradisce una concorrenza derivante a suo dire da un prodotto che secondo lo studio è più nocivo. Sulla stessa linea i produttori di e-cig riuniti in Anafe-Confindustria, mentre l’altro colosso Bat (British American Tobacco) al momento ha una posizione un po’ più sfumata. Ma il punto rimane: su quale base il governo ha inquadrato le Iqos di Philip Morris tra i prodotti meno nocivi? Ci sono stati studi in tal senso? Domande tanto più urgenti se si considera che in occasione del Forum di Bologna proprio i vertici della Philip Morris hanno ammesso la mancanza di certezza scientifiche circa i minori rischi accreditati alla Iqos.

POTERI FORTI
Ma quando si parla di tabacco il pensiero non può non andare alle lobby e alla loro capacità di pressing. Da questo punto di vista ci sono alcuni fatti che possono essere messi in sequenza. Philip Morris nei mesi scorsi ha annunciato un investimento di circa 500 milioni di euro per uno stabilimento a Crespellano, vicino Bologna, dedicato a prodotti di nuova generazione (con l’assunzione di 600 lavoratori). Poco dopo ha promesso al governo Renzi altri 500 milioni da qui al 2020 per l’acquisto di tabacco italiano. Lo stesso Renzi era presente, con i vertici di Philip Morris, sia alla posa della prima pietra della fabbrica di Crespellano, sia alla firma dell’accordo per l’acquisto di tabacco nostrano. Di più, perché il premier sedeva accanto a Ceo di Philip Morris, Andreas Calatzopoulos, nel corso di un convegno dell’ultima edizione del Forum Ambrosetti a Cernobbio. Senza contare che un renziano di “seconda generazione”, come il capo di Fca Sergio Marchionne, siede nel consiglio di amministrazione di Philip Morris Italia, che peraltro sponsorizza la Ferrari. Insomma, la multinazionale sembra in grado di attivare una discreta rete per far valere le sue istanze. Adesso però lo scontro si trasferisce sul terreno del recepimento della direttiva Ue sul tabacco. E lì se ne vedranno ancora delle belle.

Twitter: @SSansonetti

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