Bimbo sciolto nell’acido, il carceriere ai domiciliari. Per il tribunale di sorveglianza di Milano il complice dei Brusca è incompatibile con la detenzione

di Franco Pigna
Cronaca

Sembra incredibile ma mentre da giorni proseguono le polemiche per le scarcerazioni facili, un nuovo caso rischia di infiammare ancor di più il dibattito politico. Già perché tra le persone a cui sono stati concessi i domiciliari spunta pure il nome di Franco Cataldo, l’ergastolano accusato di aver fatto parte del gruppo di carcerieri del piccolo Giuseppe Di Matteo (nella foto), il ragazzino sequestrato per due mesi in quanto figlio di un pentito di Mafia e infine sciolto nell’acido su ordine del boss Giovanni Brusca.

A decidere la scarcerazione dell’85enne, detenuto nel carcere di Opera a Milano, è stato il Tribunale di Sorveglianza che ha ravvisato la sussistenza di gravi problemi di salute che rendono la sua detenzione incompatibile con l’attuale emergenza sanitaria. Una decisione, quella dei magistrati, nel pieno rispetto della legge ma che non ha scoraggiato le opposizioni dal lanciarsi nell’ennesimo attacco frontale nei confronti del guardasigilli giudicato inadeguato noncuranti del fatto che quest’ultimo, codici alla mano, non ha potere sulle decisioni dei magistrati.

STORIA DI SANGUE. La vicenda che ha spalancato le porte del carcere a Cataldo è una delle pagine più nere della storia italiana. Il 23 novembre 1993 il tredicenne viene rapito in un maneggio di Piana degli Albanesi da un gruppo di mafiosi per conto di Brusca, allora latitante e boss di San Giuseppe Jato. Un sequestro, pianificato dai Corleonesi di Totò Riina, per tappare la bocca al pentito Santino Di Matteo, padre del bambino. I sequestratori, infatti, a cose fatte contattarono il nonno del bimbo con un pizzino: “Devi andare da tuo figlio e dirgli che, se vuole salvare il bambino, deve ritirare le accuse, deve finire di fare tragedie”.

L’invito arriva al pentito tanto che lo stesso giorno ne parla con la moglie durante un colloquio, intercettato e mai chiarito. Qui la donna, letteralmente disperata, gli chiede di non parlare della strage di via d’Amelio per evitare salvare il figlio. Ma la strada del tredicenne è ormai segnata. Dopo il rapimento da parte di quattro malviventi travestiti da poliziotti, tra l’estate e l’ottobre del 1994 viene internato nella masseria di Cataldo dove rimase per due mesi. Passati questi, inizia il calvario del ragazzino che viene trasferito più volte nell’arco di ben 26 mesi fino a quanto viene ucciso nel peggiore dei modi: strangolato e sciolto nell’acido.