Boldrini, la retorica terzomondista che vince

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Monica Setta

Dicono che la sua nomina a presidente della Camera sia dovuta a un intreccio casuale del destino, forse l’opera del “visionario” Pierluigi Bersani allora ancora teso a “smacchiare” il giaguaro prima della tragica uscita di scena. Dicono anche che non ė mai lei, la statuaria Laura Boldrini, classe 1961 da Macerata, la regista dei suoi drammi o dei successi. Quando si muove su un piano o lo abbandona è per puro evento occasionale, simile a un dislocamento geologico dietro cui non vi ė mai un attore. In fondo, la vita di Laura procede così per una felice concatenazione di fatti fin dalla laurea in giurisprudenza (tesi sul diritto di cronaca) a cui lei alterna viaggi all’estero di studio o lavoro, l’inglese più che fluido ma anche lo spagnolo e il francese. Dove arriva mette radici e trasforma un transito banale in una permanenza stabile e radicata. Sbaglia chi la giudica astuta pianificatrice di carriere, la sua essenza ė nell’esatto opposto. Basta guardarla muovere i capelli scuri in modo graziosamente scomposto, la carnagione diafana, quasi trasparente, sulla tempia una piccola vena bluastra in cui pulsa un guizzo rapsodico, il sorriso di chi prova verso gli altri una profonda, istintiva solidarietà. E questo è tutto. Che Renato Brunetta se ne faccia dunque una ragione: la Boldrini riesce da quindici anni a essere la persona “giusta” al posto “giusto”. Distante dal protagonismo luccicante ed eccentrico di Irene Pivetti, non ha da dimostrare niente a nessuno perciò non perde le staffe quando l’ex ministro le rimprovera di non aver condannato le contestazioni di Brescia, quelle bandiere rosse targate Sel che hanno messo in imbarazzo i vertici del Pdl rovinando la festa soprattutto a Silvio Berlusconi, sceso in piazza sicuro di essere “bagnato” dall’olio santo della folla adorante. Alle invettive di Brunetta lei ha risposto pacata che condanna ogni violenza ma non entra nello specifico altrimenti diventerebbe non più un arbitro ma un giocatore (do you remember Fini o Casini?). Secca, rarefatta, essenziale anche la replica a chi ha giudicato “illiberali” e “poco di sinistra” i suoi interventi contro il bullismo del web che fin dal primo giorno del suo incarico l’ha presa di mira vomitando foto false, fotomontaggi e immagini morbose, inadatte allo “statement” della terza carica dello Stato. La forza della donna è il suo metodo, quell’andare avanti dritta per la propria strada, badando alle azioni concrete, non tanto alle parole. La accusano di retorica terzomondista? Bene, lei non ribatte ma annuncia che presto l’omofobia sarà reato. E ancora: nel giorno dei funerali della sedicenne Fabiana Luzzi, arsa viva dal fidanzato geloso, la Camera ratifica la Convenzione di Istambul contro la violenza sulle donne, uno dei cavalli di battaglia più sentimentali della presidentessa. Figlia di un avvocato e di una antiquaria, infanzia in campagna a Jesi, Boldrini è una che non fa pro- grammi a lunga scadenza ma si attrezza a portare il risultato dovunque. Dopo la laurea inizia a lavora- re in Rai, quindi passa alla FAO e nel 1993 diventa responsabile del Programma alimentare mondiale; il grande salto ė del 1998 come portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (ci rimane fino al 2012). Dove arriva, ormai lo sappiamo, mette radici. Ma non lo fa tramando e allestendo campi di fiori e risate, non riesci a immaginartela in una sala da concerto con un abito frusciante. È pragmatica, non ha una mimica fluida. La sensazione che ti lascia è anzi quella di una insormontabile estraneità. Sempre in giro per il mondo a occuparsi dei diritti umani degli ultimi, ha trovato il tempo di mettere al mondo una figlia oggi ventenne, Anastasia, e di trovare un nuovo compagno dopo essersi separata dal primo marito. Mai una gioiosa eccitazione solo una curiositã fresca, sorgiva, una immensa voglia di fare. Se fai bene una cosa, dicono gli esperti di marke- ting, te ne arriverà un’altra ancora più eccitante. Sembra il motto di Laura, che promette di rifuggire da tutto ciò che è superfluo protagonismo da copertina. Finora ci ha risparmiato (e la ringraziamo affettuosamente) i servizi posati con l’intero guardaroba estivo e i tacchi 14 cm per dire al mondo che lei è ancora una donna sexy o le foto del primo sole sul litorale romano, con le guardie del corpo a coprire il nude look con ampi ombrelloni candidi modello Saint Tropez. Per ora tutti gli attacchi si sono sciolti come neve al sole o sono stati rispediti al mittente dalla forza della realtà. Per ora lei ė la nostra mi- glior erede di Nilde Jotti. Per ora, ma fino a quan- do? Ci possiamo fidare o la sopita vanità femminile arriverà a distruggere quella “cattedrale” che lei ha eretto per mettersi al riparo dalla vita e che al tempo stesso “ė” vita?

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

Adesso basta errori sul virus

Cantano vittoria come se avessero ottenuto chissà cosa, ma l’Italia che comincia a riaprire dal 26 aprile non è un successo delle destre. Con le solite balle a uso elettorale, Salvini & company da ieri stanno ingolfando i social per intestarsi il ritorno alla normalità

Continua »
TV E MEDIA