Bonafede è una persona per bene. Una risorsa fondamentale nella lotta contro la mafia e la corruzione

di Dino Giarrusso
Politica

Grazie al lavoro ed al coraggio di Alfonso Bonafede e del Movimento Cinque Stelle, abbiamo finalmente una vera legge anticorruzione, la Spazzacorrotti, che aspettavamo da decenni. Abbiamo una giustissima riforma della prescrizione, quella prescrizione che ha salvato Andreotti da una condanna per mafia, e salva ogni anno migliaia di colletti bianchi da condanne per odiosi reati. Abbiamo una buona legge sulle intercettazioni, 686 provvedimenti di 41/bis ed altri numerosi e significativi successi contro la corruzione e le mafie. Il suo grande impegno e il suo polso fermo, hanno procurato ad Alfonso Bonafede l’odio della criminalità e di chi sguazza nel mare inquinato della corruzione, dunque il ministro vive sotto scorta e subisce gli strali della stampa più becera, e di tutte quelle forze politiche che con la corruzione hanno sempre avuto un rapporto preferenziale, come è ben noto.

Avere un ministro della Giustizia come Alfonso Bonafede, dopo che sulla quella poltrona sedettero personaggi quali Gava, Mastella, Castelli e Alfano, è una grandissima fortuna per l’Italia e per tutti noi. Nino Di Matteo è un grande magistrato antimafia, un eroe dei nostri tempi, indefettibile combattente del fenomeno mafioso in tutte le sue manifestazioni, a cui dobbiamo -fra l’altro- importanti intuizioni ed un eccellente lavoro nel processo sulla trattativa Stato-Mafia, che in mille modi la stampa italiana ha tentato di ridicolizzare, e che si è rivelata invece un’amarissima realtà. Il dottor Nino Di Matteo ha rinunciato per sempre ad una parte importante della propria libertà, sacrificando in maniera significativa la propria vita e i propri affetti, pur di servire lo Stato e lottare anche da un punto di vista culturale contro quell’orrore infinito che è il fenomeno mafioso.

L’unità, nella difficile lotta contro le mafie è fondamentale, ed ogni divisione fra persone per bene, fa esattamente il gioco dei criminali. La trasmissione Non è l’Arena di domenica, dove ero in collegamento da Bruxelles, è stata organizzata (come ho spiegato nella diretta di lunedì) con le modalità di un agguato. Non è un giudizio morale, il mio, ma un giudizio tecnico, che mi prendo il diritto di dare, avendo io prima studiato e poi fatto televisione per diversi anni. All’inizio del programma è stata ospite Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. Numerosi esponenti di Fratelli d’Italia sono stati arrestati e indagati per mafia ed altri odiosi reati: al conduttore Massimo Giletti non è passato per la testa di chiedere conto di questo a Giorgia Meloni, che ha trattato con una gentilezza, una simpatia ed un atteggiamento conciliante che hanno messo in ottima luce la Meloni perché facesse una bella impressione agli spettatori del programma. Nessuna domanda scomoda, mai un’interruzione, mai un tono di voce arrabbiato o una smorfia da parte del conduttore.

Poi c’è stato un pezzetto breve dove si è parlato del Coronavirus, poi il piatto forte: l’argomento scarcerazioni. Giletti inizia facendo introdurre gli ospiti in studio, Telese e Martelli, che spiegano chiaro dove andremo a parare: un processo al ministro Bonafede. Visto che amo fare memoria, ricordo a chi legge che Claudio Martelli è stato condannato in forma definitiva per aver incassato una tangente da 500 milioni di lire, reato confessato dallo stesso Martelli. Di lui parlò anche un pentito in relazione alla sua elezione a Palermo. Su Wikipedia si legge: “Siamo stati noi a far eleggere Martelli come ministro della Giustizia: nel 1987 avevamo finanziato la sua campagna elettorale con 200 milioni di lire”. Ricordo però anche che Martelli (e questo è un merito) chiamò Falcone in un ruolo dirigenziale al Ministero che presiedeva, e che purtroppo proprio mentre ricopriva quella carica Falcone venne ucciso.

Dopo l’introduzione di Telese e Martelli dovrei dire la mia, ma invece viene lanciata la pubblicità. Al rientro parlano anche il magistrato Catello Maresca e De Magistris, poi tocca a me: Giletti mi chiede una cosa su Basentini, ma io replico spiegando che vorrei chiarire come, a differenza di quanto raccontato da Salvini, Meloni e compagnia, nessuna scarcerazione ha un nesso con il “Cura Italia”, e che in tutte le istanze è citato l’art. 147 del Codice Penale, che esiste da decenni e prevede pene alternative per carcerati in gravi condizioni di salute. Il Covid e i provvedimenti del governo non hanno alcuna relazione con le scarcerazioni, che vengono tutte effettuate in base a regole pre-esistenti. Il fatto che io dica questo, che ricordi semplicemente agli spettatori la verità smentendo le bufale terribili che girano anche in rete, infastidisce il conduttore, che non perde occasione per parlarmi sopra, lamentarsi, sbuffare, togliermi la parola, interrompermi, fare smorfie scocciate e sorrisini di scherno, nonché contraddirmi o sminuire regolarmente tutte le mie argomentazioni. Trattamento che riserva solo a me, fra i 5 ospiti presenti.

Si va avanti così: un enorme tabellone elettronico con tutti i nomi degli scarcerati (fra questi anche alcuni che non c’entrano assolutamente nulla, come quelli dentro per carcerazione preventiva), con la spettacolarizzazione di una situazione che è evidentemente grave, e che proprio per la sua gravità dovrebbe essere spiegata bene, raccontata in maniera onesta, evidenziando realmente di chi siano le responsabilità, e in che contesto ci si stia muovendo. Ma questo è difficilissimo: il desiderio di ogni spezzone è raccontare che “il governo libera i mafiosi”, cosa imbarazzante da sostenere, visto che un governo e un ministro non hanno alcun potere sulla reclusione di alcun imputato, e dunque non possono né incarcerare né liberare nessuno. In compenso Basentini (che ha certamente commesso errori) è stato sostituito, ed il ministro Bonafede ha emesso un decreto che renderà più difficili queste scarcerazioni: ma anche questo sembra non entrare nella narrazione impostata con abilità dagli autori, che non prevede alibi né attenuanti per l’inquisito in contumacia Alfonso Bonafede.

Addirittura Martelli (a cui Giletti non chiede naturalmente nulla sul suo passato e la condanna) dice che non sono state prese precauzioni per arginare il Coronavirus in carcere, ma è falso: triage in ingresso e altri provvedimenti di sicurezza han fatto sì che solo 153 carcerati su 56mila siano positivi (una media più bassa di quella nazionale!).
Inoltre gli scarcerati di cui si parla non sono stati scarcerati per Coronavirus ma per altre ragioni di salute, ciò che sarebbe potuto succedere anche 2, 3 o 20 anni fa in base all’art. 147, ma nulla di questo deve venire a galla, e delle volte mi sembra di parlare a dei sordi. Ad un certo punto ricordo agli astanti che l’Italia è il paese dove Andreotti è stato giudicato responsabile di prossimità con la mafia ma prescritto e dunque impunito, dove Salvini ha ancora nel suo partito Arata e Siri, coinvolti in una brutta vicenda di vicinanza a Nicastri (re dell’eolico considerato il prestanome di Matteo Messina Denaro), e dove infine a Fratelli d’Italia sono stati recentemente arrestati e indagati tantissimi esponenti per reati gravissimi e legami con clan mafiosi. “Perché non ha chiesto alla Meloni queste cose, visto che prima era qui?” chiedo a Giletti, che a quel punto sbrocca completamente e si infuria interrompendomi, urlando e parlandomi sopra: ma perché non ha chiesto quelle cose alla Meloni, visto che è così attento alle cose di mafia, non me lo dice.

Chiedo anche al Capitano Ultimo cosa ne pensa dei partiti che non espellono esponenti condannati o indagati per reati di mafia, e lui balbetta delle cose un po’ generiche: è assessore della giunta Santelli in Calabria insieme a Fratelli d’Italia, e quel governo è sostenuto fra gli altri da Creazzo, consigliere regionale di FdI, arrestato in un recente blitz anti-ndrangheta di Gratteri. Ultimo non lo cita, glissa. De Magistris e Giletti ad un tratto insistono sul fatto che al Dap sarebbe dovuto andare Nino Di Matteo e non Basentini, e mi chiedono conferma: rispondo che non ne sapevo assolutamente nulla. De Magistris in particolare insiste su quel dettaglio, ma ribadisco di non saperne nulla, come peraltro è giusto che fosse: i contatti riservati fra un ministro ed un magistrato, perché dovrebbero essere noti ad un europarlamentare?

Poco dopo Di Matteo telefona, e come sapete racconta -in un silenzio religioso- dei contatti con Bonafede e delle evoluzioni degli stessi. Tengo a sottolineare come non sia vero, come ha invece sostenuto qualcuno in malafede, che Di Matteo sia stato tirato in ballo da me, e lo stesso Di Matteo in una telefonata privata mi ha confermato lunedì pomeriggio che non è stato assolutamente spinto a chiamare in trasmissione per qualcosa detta da me. Giletti fa commentare la telefonata a tutti gli ospiti, e infine chiede la mia opinione: ribadisco che è una questione riguardante i due eccellenti esponenti delle istituzioni, e che Bonafede certamente spiegherà l’accaduto. Escludo però subito che le scelte di Alfonso Bonafede possano essere condizionate da “lamentele” dei boss: Bonafede ha firmato 686 richieste di 41/bis, vive sotto scorta e con Spazzacorrotti e riforma della prescrizione ha fatto infuriare proprio i boss, oltre che i politici disonesti.

Dopo un po’ Bonafede telefona: visibilmente emozionato commette a mio parere l’errore di non andare subito al punto, ma di voler spiegare prima la coerenza (indiscutibile) della sua azione antimafia ed anticorruzione in questi 20 mesi da ministro. Giletti, a differenza di quanto fatto con Di Matteo, lo interrompe, gli parla sopra, gli toglie la parola dandola a Martelli, e quando finalmente il Ministro entra nel merito delle sue scelte, Giletti fa il suo capolavoro: gli toglie la parola lo fa chiudere in 30 secondi e saluta tutti, perché c’è il blocco con Briatore.
Un conduttore, in quel momento certamente drammatico, toglie la parola ad un ministro ministro che parla di una cosa delicatissima, per darla a Flavio Briatore. Flavio Briatore, per darvi un’idea, è uno che per affari connessi a bische clandestine e gioco d’azzardo venne condannato a un anno e sei mesi di reclusione dal Tribunale di Bergamo e a tre anni dal Tribunale di Milano. Evitò il carcere dandosi alla latitanza internazionale: fuga a Saint Thomas nelle Isole Vergini Americane, per poi tornare in Italia solo in seguito ad un’amnistia, quindi dopo essere sfuggito al carcere che lo aspettava: a lui non l’aveva liberato un giudice, si era sottratto volontariamente al carcere scappando dall’Italia.

Giletti, Il conduttore sensibilissimo alla lotta ala mafia, dopo aver di fatto accusato per due ore d’aver favorito la mafia il ministro Alfonso Bonafede che vive sotto scorta, ha firmato 686 richieste di 41/bis, ha fortemente voluto spazzacorrotti, riforma della prescrizione, nuova legge sulle intercettazioni e così via, avrà chiesto a Briatore qualcosa sulle sue condanne, e sugli altri processi in cui è implicato per gravi reati? Naturalmente no. Briatore in Italia è un maitre a penser, un mito, un esempio per i giovani, e figurati se gli si può contestare qualcosa: parla di argomenti leggeri e viene accolto da complici sorrisi. La lotta alla mafia si fa, nei tempi e nei modi che decidono autori e conduttori: sorrisi e nemmeno mezza domanda scomoda alla Meloni, sorrisi e nemmeno un millesimo di domanda scomoda a Briatore, il pregiudicato Martelli trattato come un autorevolissimo saggio, ma poi fuoco, fiamme, smorfie e interruzioni nei confronti miei e di Bonafede.

Ora, per essere chiari, l’Italia di Andreotti, Craxi, Berlusconi, Dell’Utri, Cuffaro e compagnia disgustante, teme come la peste, tanto un Nino di Matteo quanto un Alfonso Bonafede. Ma teme ancora di più quando il popolo è unito nel sostenere chi combatte la mafia e la corruzione. Dividersi quindi come tifosi, e “scegliere” di stare con l’uno o con l’altro, è esattamente ciò che i poteri marci vogliono, e chi sta cadendo in questa insidiosa trappola sta facendo ciò che la mafia ha sempre auspicato: dividere le brave persone e comandarle ingannandole. Era successo anche ai tempi di Giovanni Falcone, che non a caso diceva: “si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno”.

Sarebbe da idioti, quindi, togliere sostegno morale ad Alfonso Bonafede o a Nino Di Matteo, sarebbe fare il gioco dei clan. Anche se Di Matteo non collabora con il Ministero, continua ad essere un grandissimo magistrato antimafia. Anche se Alfonso Bonafede non si avvale di Di Matteo, è un eccellente ministro c’è combatte con efficacia mafia e corruzione. Smettiamola, vi prego, con il gioco degli hashtag e con le accuse incrociate: continuiamo a sostenere Bonafede e Di Matteo, e a combattere culturalmente la mafia, la corruzione ed ogni forma di illegalità. Magari se continuiamo a combattere uniti, avremo prima o poi non soltanto leggi rigorosissime sulle scarcerazioni, ma anche partiti costretti ad espellere sulla spinta dell’opinione pubblica indagati e condannati, e persino programmi televisivi in cui non sia possibile ad un pregiudicato ex latitante internazionale di essere trattato come un ospite d’onore che pontifica e dà lezioni di vita. Se ci pensate, il cambiamento dipende da tutti noi.