«Bonino capo dello Stato? Non s’ha da fare»

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Vittorio Pezzuto

La lunga rincorsa di Emma Bonino verso il Quirinale inizia il 15 marzo 1999 quando l’istituto demoscopico SWG decide di porre una domanda secca a un campione rappresentativo di italiani: «Lei chi eleggerebbe come presidente della Repubblica?». Concepito come una provocazione intelligente (in tutta la sua storia, a partire dalla costituzione in Regno nel 1861, il nostro Paese ha sempre escluso i cittadini dalla possibilità di scegliere direttamente il loro più alto rappresentante) questo sondaggio si trasforma invece in un potente detonatore politico: la battagliera leader radicale viene infatti scelta a sorpresa dal 31 per cento degli intervistati, distaccando di ben undici punti l’ex premier Carlo Azeglio Ciampi e lasciando briciole di consenso al presidente della Camera Luciano Violante (8 per cento) così come allo stesso capo dello Stato in carica Oscar Luigi Scalfaro (6 per cento). Un plebiscito inatteso che viene confermato pochi giorni dopo da un altro sondaggio, questa volta condotto dall’Abacus per la trasmissione “Moby Dick” condotta da Michele Santoro. Alla domanda «Alla presidenza della Repubblica votereste Emma Bonino o Carlo Azeglio Ciampi?» gli italiani rispondono che sceglierebbero senz’altro la prima con il 47 per cento delle preferenze, a fronte del 43 per cento a favore dell’ex governatore della Banca d’Italia. Tanto basta perché nell’entourage radicale si organizzi un comitato elettorale in suo favore che nel giro di poche settimane raccoglierà l’adesione di un migliaio di personalità – politici (da Giulio Tremonti a Gianfranco Pasquino), intellettuali, artisti e personaggi dello spettacolo – nonché l’endorsement di buona parte della stampa straniera, che aveva avuto modo di apprezzarne le qualità in veste di commissario europeo. Come andò a finire è storia nota. Il 13 maggio 1999 Carlo Azeglio Ciampi veniva eletto decimo presidente della Repubblica, raccogliendo fin dalla prima votazione una larghissima maggioranza di voti (707 su 1010). Mentre di lì a poco i radicali riuniti sotto il simbolo della Lista Bonino riuscivano a mietere un incredibile successo alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo (8,5 per cento dei voti e sette deputati).

«Una perdita di tempo»
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti della politica italiana eppure anche stavolta uno dei nomi più gettonati dai bookmaker per la successione a Giorgio Napolitano resta quello della leader radicale. Tanto che non passa giorno senza che personaggi dello spettacolo e della politica decidano di spendersi pubblicamente a favore della sua candidatura per il Quirinale. «Ma si tratta di un’assoluta perdita di tempo. Inutile, per intenderci, come il comitato dei saggi voluto in questi giorni dal presidente Napolitano» osserva a sorpresa l’ex segretario radicale Giovanni Negri, che nel 1999 è stato l’inesausto e fantasioso animatore del comitato “Emma for President”. «Capisco che i giornali debbano fabbricare articoli per intrattenere i loro lettori ma una scelta del genere può essere popolare solo per il comitato permanente delle badesse delle quote rosa. Un conto sono i sondaggi online e la Rete, un altro il consenso reale che raccolgono oggi le proposte di Emma Bonino e di Marco Pannella» aggiunge, pur precisando che non intende indossare i panni rancorosi dell’ex compagno di partito. D’altronde non è più un politico, avendo scelto anni or sono di trasferirsi nella tenuta di famiglia sulle colline piemontesi di La Morra dove alterna la produzione di un rinomato Barolo alla stesura di apprezzati saggi e romanzi di soggetto rigorosamente vitivinicolo (l’ultimo ad arrivare nelle librerie è il poliziesco “Prendete e bevetene tutti” edito da Einaudi). Proprio lui che coniò per l’amica Emma lo slogan “Finalmente l’uomo giusto!” si dice convinto che la scelta della Bonino non possa e non debba avere alcuna chance reale di successo. «Intendiamoci, anche nel 1999 il nostro obiettivo concreto non era la sua elezione al Quirinale quanto il rilancio delle sorti di un partito esangue, facendolo uscire dal vicolo cieco in cui si era cacciato. Solo che adesso si tratta di un pozzo buio e riproporre quella mobilitazione sarebbe soltanto un esercizio vacuo, una coazione a ripetere. Più che una minestra riscaldata si rivelerebbe una campagna anticiclica e distonica rispetto al sentire medio nel Paese». Per quale motivo? «Inutile girarci intorno, Emma Bonino non può più rappresentare una novità. Resta certo una figurina tra le più gradevoli del presepe politico italiano. Il problema però è che lo abita da una quarantina d’anni, sempre uguale a se stessa». Non crede che sia un esempio di coerenza? «Non lo discuto, ma intanto registriamo la sua cinquantesima dichiarazione di obbedienza e di fedeltà incondizionata a Marco Pannella. Legittimo. Ma allora tanto varrebbe votare direttamente lui per il rispetto che si deve alla storia radicale». Per Negri la forza della Bonino era allora quella di «un cavallo che veniva fatto correre in un ippodromo improprio quale campionessa dell’anti-casta. Mentre oggi lei e Pannella sono l’espressione di un vero e proprio mandarinato cinese. Non saprei definire altrimenti il governo assoluto e ininterrotto (43 anni appena) di una forza politica. Il doppio, per intenderci, della durata di Benito Mussolini. Tanto che nemmeno la clamorosa disfatta elettorale di un mese fa è stata sufficiente a suscitare un serio dibattito interno nelle stanze di via di Torre Argentina. A reggere la baracca rimangono sempre e soltanto loro, i proprietari della Srl radicale».

Il prefisso di Lodi
La debolezza di una candidatura Bonino al Quirinale discende infatti anche dal risibile consenso raccolto dalle liste di cui faceva parte: «Stiamo parlando dello 0,371 per cento, niente di più che il prefisso di Lodi. D’altronde mi chiedo come fosse possibile fare meglio indicando l’amnistia quale principale priorità politica». Per Negri va soprattutto considerato un dato di fondo: «Nel 1999 ci si illudeva che gli Stati Uniti d’Europa potessero essere il volano della modernizzazione del Paese. Oggi invece gli italiani si guardano bene dal voler delegare a Bruxelles ulteriori poteri nazionali, preferendo in cuor loro restituirle il suo tradizionale ruolo di capitale della birra bionda e delle patatine. Abbiamo delegato la nostra vita sostanziale a signori che non conosciamo, che non abbiamo potuto votare, che dirigono da Berlino e da Bruxelles una non democrazia sostanziale che si nutre di vincoli e di imposizioni. A noi la “taxation”, a loro la “representation”. In questo contesto, come si concilierebbe un risultato elettorale largamente euroscettico con la scelta di una Bonino che non solo bacia Monti chiamandolo “Mario” ma che soprattutto sostiene senza riserva la politica di austerità economica di lorsignori, senza interrogarsi sulla non democrazia europea? Altro che Manifesto di Ventotene! Qui siamo al Manifesto di Cipro, con il prelievo forzoso sui conti correnti… ». Ecco perché Bonino presidente non s’ha da fare. «Certo, alla Carfagna e ad altri è utile differenziarsi un giorno e prendere un titolo. Lo capisco. Ma qui non sono in gioco le presidenze delle Camere, che un Grasso e una Boldrini non si negano a nessuno. Qui è in gioco una cruciale postazione di potere che può determinare la nascita di un governo o lo scioglimento delle Camere. Mi spiegate per quali nobili ragioni Berlusconi, Bersani e Grillo dovrebbero accondiscendere entusiasti all’idea che il ruolo che è stato di Napolitano, di Ciampi e di Scalfaro debba essere regalato a Pannella per l’interposta persona dell’ottima Bonino?».