Regalo di Brunetta al Fondo di Cgil-Cisl-Uil. La previdenza integrativa a Perseo-Sirio. Il Tfr degli assunti fa gola alla Triplice

Perseo-Sirio Brunetta
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Piatto ricco, mi ci ficco. E in effetti il maxi-piano del ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, per accelerare il ricambio generazionale e recuperare buona parte dei 190mila posti persi nella PA tra 2019 e 2020 e dei 300 mila pensionamenti previsti nei prossimi 3-4 anni, è parecchio invitante. Si tratta di decine di migliaia di assunzioni (tra le 240 e le 350 mila, dipende dalle fonti) a partire dallo sblocco dei concorsi pubblici per 125 mila posti. Ma a festeggiare, stavolta, non saranno tanto i nuovi assunti quanto il sindacato.

TRIPLICE REGALO. Il Patto per il lavoro pubblico firmato il 10 marzo dal presidente del Consiglio Mario Draghi e dallo stesso Brunetta insieme a Maurizio Landini (Cgil), Luigi Sbarra (Cisl) e Pierpaolo Bombardieri (Uil), ha fatto gioire soprattutto la Triplice: avviando “una nuova stagione di relazioni sindacali” che punta “a centrare obiettivi ambiziosi”, al punto 6 prevede “la necessità di implementare gli istituti di welfare contrattuale e le forme di previdenza complementare”.

Cosa significa? Il Patto non lo dice. Ma l’Aran, durante le trattative per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, il 26 marzo ha ufficializzato la formula “silenzio-assenso”: tutti i nuovi assunti nella PA (tranne la scuola) verranno automaticamente iscritti, a meno di un rifiuto esplicito entro sei mesi, al fondo negoziale Perseo-Sirio, cogestito da Cgil, Cisl e Uil. Non solo. “Si possono prevedere forme di adesione semi automatica con diritto di recesso, oltre che per i neoassunti, anche per i lavoratori pubblici in regime di Tfr”, ha già annunciato il presidente del fondo, Wladimiro Boccali.

FALLIMENTI STELLARI. “Dietro la decisione di Cgil, Cisl e Uil di forzare le procedure di adesione”, secondo l’Usb, l’Unione dei sindacati di base, “c’è il fallimento della previdenza complementare” nel pubblico impiego. Nato nel 2014 dalla fusione del fondo Perseo (Sanità) con il fondo Sirio (personale di regioni, enti locali e amministrazioni centrali), Perseo-Sirio conta infatti “solo 69 mila adesioni su una platea potenziale di un milione e mezzo di lavoratori, meno del 5 per cento”, come ha calcolato Massimo Battaglia, il segretario della Confsal-Unsa.

Per farlo decollare la Triplice ha tentato di tutto: il contratto di lavoro 2016-2018 della polizia locale aveva addirittura obbligato i sindaci a versare a Perseo-Sirio la quota delle multe destinata alla pensione complementare dei vigili urbani, scatenando ricorsi in mezza Italia (prima vittoria ad Arezzo) di quanti rifiutavano il trasferimento.

FUORI LE PALANCHE. Ora, con la benedizione di Brunetta, è spuntata l’adesione “silenziosa”. Claudia Ratti di Confintesa è già sulle barricate: “Se il Fondo Perseo-Sirio è in perdita, deve essere chiuso senza trovare trucchetti per la sopravvivenza”. E altrettanto duro è il SI Cobas Pubblico Impiego Milano: “Invece di pretendere pensioni pubbliche decenti, si spingono i lavoratori a giocarsi in borsa la propria liquidazione, a vantaggio proprio di quei sindacati che siedono nei consigli di amministrazione dei vari fondi complementari”. E che già pensano, grazie al famoso punto 6, di buttarsi “in modo strutturato” pure nel business del welfare integrativo per i lavoratori pubblici.

PRECISAZIONE DELL’ARAN

La trattativa riguarda l’adesione al Fondo Perseo-Sirio, il fondo di previdenza complementare negoziale istituito nel 2014 a cui possono aderire i lavoratori delle amministrazioni centrali, delle autonomie locali e degli enti ed aziende della sanità, ed è prevista da una legge dello Stato (l’art. 1, comma 157, della legge n. 205/2017), che ha introdotto nel pubblico l’adesione ai fondi negoziali di previdenza complementare, mediante la formula del silenzio-assenso, demandando la regolamentazione di tale forma di adesione a un contratto collettivo. Il negoziato è stato avviato nel mese di marzo – a più di tre anni di distanza dalla emanazione della legge – dopo che il Ministro Brunetta ha trasmesso all’Aran l’atto di indirizzo per l’avvio della trattativa.

La proposta dell’ARAN è assolutamente trasparente e prevede che il lavoratore, al momento dell’assunzione, riceva una dettagliata informativa dalla propria amministrazione sull’esistenza del Fondo, sulla possibilità di iscriversi e sul silenzio-assenso. Nei sei mesi successivi, il lavoratore può iscriversi espressamente o dichiarare che non vuole iscriversi (in tale ultimo caso, come è ovvio, non scatta alcun silenzio-assenso). Se non fa né l’una né l’altra cosa, allo scadere dei sei mesi è iscritto. A questo punto, riceve una seconda informativa da parte del Fondo, che dovrà comunicargli l’avvenuta iscrizione e ricordargli che, entro un mese, potrà esercitare il diritto di recesso. Solo dopo che è trascorso questo ulteriore periodo, senza che sia stata manifestata alcuna volontà, l’iscrizione si perfeziona.

È bene ricordare che l’adesione tacita alla previdenza complementare non è una stranezza che si sta cercando di introdurre, di soppiatto, nel pubblico per fare un favore ad alcuni sindacati (come commentato nell’articolo), ma una modalità di adesione che già esiste da molti anni nel “privato” (l’adesione tacita nel privato è prevista in Italia dal Dlgs 252/2005) e in molti altri Paesi europei (sia nel pubblico che nel privato). Ad esempio, nel Regno Unito l’iscrizione automatica si verifica subito dopo l’assunzione; in Francia, l’adesione alla previdenza complementare è obbligatoria per tutti i dipendenti pubblici.
Non è strano che la legislazione italiana e quella di altri Paesi prevedano forme di adesione di questo tipo, poiché vi è un interesse pubblico allo sviluppo della previdenza complementare, soprattutto di fonte negoziale (il cosiddetto “secondo pilastro”). Aderire alla previdenza complementare permette, infatti, ai lavoratori di aggiungere una pensione che si somma a quella corrisposta dalla previdenza obbligatoria. Questa pensione integrativa è, inoltre, pagata in parte con contributi versati dal datore di lavoro (il contributo dei datori pubblici è pari all’1% della retribuzione). Con l’adesione alla previdenza complementare, i lavoratori potranno, quindi, avere una pensione complessiva non troppo distante dall’ultima retribuzione.
Si ricorda infine che l’accordo in discussione non riguarda tutti i lavoratori, ma solo quelli assunti dopo il 1° gennaio 2019. Si rivolge, dunque, espressamente, ai giovani, cioè la fascia meno tutelata dalla pensione obbligatoria.

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di Gaetano Pedullà

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