Calenda si candida a Roma. Ma nel Pd c’è chi gli dà già il benservito. L’ex ministro è stato eletto in Europa coi dem che ha poi scaricato dicendone peste e corna. E ora gli richiede i voti

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Adesso è ufficiale: Carlo Calenda si autocandida a sindaco di Roma, chiedendo esplicitamente l’appoggio del Pd con cui si è fatto eleggere a Bruxelles salvo poi scaricarlo (e dirne peste e corna) per fondare un suo movimento. L’annuncio alla Nazione è arrivato domenica sera nel salotto di Fabio Fazio su Rai Tre: del resto il leader di Azione conta su una visibilità mediatica non indifferente, pari a nessun altro di quelli che al momento hanno espresso la volontà di correre per il Campidoglio. Compresa l’attuale sindaca Virginia Raggi. E nel centrosinistra, per dire, ci sarebbe pure la senatrice dem Monica Cirinnà: la pasionaria dei diritti civili è scesa in campo già da giorni ma per lei nessun invito in tv, manco uno strapuntino in terza serata, figuriamoci nel salottino più radical chic (più chic che radical, in verità) della televisione italiana.

Nonostante sia molto apprezzata dall’eminenza grigia della Capitale, quel Goffredo Bettini (nella foto) tanto ascoltato dal segretario Pd Nicola Zingaretti quanto avversato (e l’antipatia è reciproca) dallo stesso Calenda. Questo uno dei tanti battibecchi fra i due: “Calenda è incompatibile non solo con il Movimento 5stelle, ma con tutti quelli che non sono lui”, afferma Bettini, che dell’intesa strutturale fra i 5Stelle e il Pd è uno dei massimi teorici e sostenitori, “No Bettini non sono ‘incompatibile con tutti’, ho lavorato 5cinque anni felice al Governo con Letta, Renzi e Gentiloni. Sono incompatibile con il tuo modo di fare politica: gestione spregiudicata del potere e del sottobosco politico, incartata con retorica, a fini di autopreservazione”, la replica piccatissima dell’ex ministro dello Sviluppo economico. Che cita peraltro due nomi – Enrico Letta e Paolo Gentiloni che i dem avrebbero voluto, insieme a quello di David Sassoli – in campo a Roma, ricevendo un garbato ma fermo rifiuto.

Ironia della sorte, gli ultimi due corsero già alle primarie del partito (senza gran sostegno, va detto) contro Ignazio Marino. Quelle stesse primarie a cui Zigaretti non sembra voler rinunciare: “A Roma c’è una bellissima comunità che si sta organizzando, credo che la partecipazione popolare sia un immenso patrimonio per vincere le elezioni. Ho sempre detto che il percorso è aperto a tutti, quindi anche a lui”, dichiara riferendosi proprio a Calenda, che però di partecipare a competizioni interne non ne vuole sapere.

In ogni caso, primarie o non primarie, il punto è un altro ed è stato ben esplicitato dal dem Andrea Romano ieri mattina ad Agorà, con la benedizione del Nazareno, ça va sans dire: “Serve una legge speciale su Roma, la maggioranza di governo se ne faccia carico insieme a una riflessione su un candidato comune”. Tradotto: l’emergenza rende necessaria una nuova legge sulla Capitale, e soprattutto il Pd sta aspettando di capire se ci sono margini affinché la Raggi si possa ritirare e come maturi la discussione nell’ambito di un tavolo nazionale sulle città al voto la prossima primavera (Milano, Torino, Napoli oltre a Roma ovviamente, le partite più importanti)che, pur se non formalizzato, è già in atto.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

Bongiorno conflitti d’interesse

Fosse per certi leghisti dovrebbe dimettersi pure Papa Francesco. Quindi che c’è da meravigliarsi se ieri si sono svegliati con la pretesa di cacciare dal governo la sottosegretaria Macina, coriacea esponente dei 5 Stelle passata per le armi senza bisogno di processo per lesa maestà

Continua »
TV E MEDIA