Camici dalla ditta di lady Fontana. Parte l’inchiesta per turbativa d’asta. Aperto un fascicolo a Milano per adesso senza indagati. Nel mirino 500mila euro addebitati al Pirellone

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca

Prima l’inchiesta giornalistica, poi quella della Procura di Milano che sull’affaire camici in Lombardia ora ipotizza il reato di turbativa d’asta. Con questa mossa dei pm, torna a far rumore il fascicolo sulla commessa che sarebbe stata affidata alla ditta Dama spa, società di cui la moglie del governatore lombardo Attilio Fontana detiene una quota e che è gestita dal cognato, nel pieno dell’emergenza sanitaria da covid-19. Al momento l’inchiesta, nata da un servizio di Report, resta senza indagati ma stando a quanto trapela la situazione sarebbe in evoluzione e non si possono escludere ulteriori novità già nei prossimi giorni.

L’ORDINE URGENTE. La vicenda risale al 16 aprile scorso quando la pandemia ha travolto la Lombardia mettendo sotto stress il sistema sanitario pubblico devastato da decenni di tagli. Ospedali e personale, rimasti a secco di dispositivi di sicurezza personale, costringono la centrale di acquisti del Pirellone, Aria, a reperire al più presto dei camici. Proprio quel giorno, secondo l’inchiesta giornalistica, Aria avrebbe ordinato alla società Dama spa con una “procedura negoziata e senza gara d’appalto”, “75 mila camici e 7 mila tra cappellini e calzari per un valore di 513 mila euro”.

Il pagamento della commessa, dati alla mano, avviene più di un mese dopo l’affidamento, per la precisione il 22 maggio. Ma pochi giorni dopo va in onda la puntata di Report e scoppia il caso dopo il quale le fatture sono state stornate e l’acquisto è stato trasformato in donazione. Una ricostruzione che è stata smentita da Aria che ha sostanzialmente sostenuto che si è trattato di un abbaglio da parte dei giornalisti perché la commessa è sempre stata concepita come una pura e semplice donazione di materiale sanitario.

Posizione, questa, espressa dall’amministratore delegato di Dama, Andrea Dini, erede di una famiglia di imprenditori di Varese e cognato del governatore Fontana. A suo dire “i miei, quando non ero in azienda durante il Covid, hanno male interpretato la cosa, ma poi sono tornato, me ne sono accorto e ho immediatamente rettificato tutto perché avevo detto a tutti che doveva essere una donazione” e assicurando che non è “mai stato preso un euro”. Ma la versione di un errore, di una donazione computata in vendita per la disattenzione di un dipendente, non sembra convincere la procura che, infatti, va avanti.

GRANDE IMBARAZZO. Su questa vicenda che ha e sta creando imbarazzi al Pirellone, si è già espresso in passato il governatore Fontana. Anzi su Facebook e nell’immediatezza dei fatti, il presidente della Lombardia ha dato la sua versione dei fatti spiegando che “alla Dama SpA il 16 aprile vengono ordinati 7mila set costituiti da camice + copricapo + calzari al costo di 9 euro” ossia “al prezzo più basso in assoluto” e “75 mila camici al 6 euro anche questi i più economici” sul mercato.

“Le forniture iniziano il giorno dopo e vengono immediatamente distribuite” continua Fontana “nell’automatismo della burocrazia, nel rispetto delle norme fiscali e tributarie, l’azienda accompagnava il materiale erogato attraverso regolare fattura stante alla base la volontà di donare il materiale alla Lombardia, tanto che prima del pagamento della fattura, è stata emessa nota di credito bloccando qualunque incasso”. Proprio per questo, concludeva il governatore, “nessuna accusa può esser fatta a coloro che nel periodo di guerra al Covid-19 hanno agito con responsabilità e senso civico per il bene comune”.