Campidoglio in ostaggio. Marino non vuole proprio schiodare

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di Lapo Mazzei Vertici, controvertici, riunioni segrete a casa degli assessori. E poi il solito corollario di ultimatum e minacce, dimissioni date e revocate. Ecco, se non fosse che di mezzo c’è la Capitale d’Italia e un Giubileo straordinario da affrontare potremmo anche pensare che tutto ciò altro non è che il canovaccio di una spy story degna di James Bond, che proprio a Roma ha consumato le ultime gesta dell’interminabile saga cinematografica. Invece sono gli elementi, drammatici per alcuni aspetti, del caso Marino che vede schierati su fronti opposti il primo cittadino della Capitale, sempre più non disponibile alla rassegnazione e alla sottomissione ai voleri del Partito che lo ha portato in Campidoglio, e i democratici di Renzi che muoiono dalla voglia di azzerare l’esperienza del chirurgo in Comune. Solo che il sindaco ha dalla sua la forza della legge, non certo l’autorevolezza del lavoro svolto, mentre il Pd sta giocando questa guerra con le cerbottane non avendo a disposizione armi convenzionali, ma solo fionde e sampietrini. Un spettacolo deprimente, a dire il vero, dato che Roma si sta ripiegando su se stessa, provata e prostrata dall’assenza di governo. I rifiuti che ingombrano le strade e straripano dai cassonetti, i mezzi pubblici ormai al collasso, sono la dimostrazione platica di cosa può fare la politica quando non amministra ma si limita a governare le risse interne. E non è certo rassicurante l’idea secondo la quale i consiglieri comunali del Pd, su precisa indicazione del presidente del Consiglio e segretario del partito, Matteo Renzi, sarebbero pronti a votare contro Marino pur di farlo cadere. Se dovesse avvenire ciò non sarebbe solo una sconfitta per la città ma per le regole stesse della democrazia, piegata ai voleri di una parte essendo incapace di assumersi le proprie responsabilità. Atto, questo, tanto più grave se si pensa che Matteo Orfini, commissario romano di un partito che stenta a riconoscersi tale, sino a qualche settimana difendeva il sindaco e oggi si vede costretto a vestire i panni del giustiziere. Una illogica follia che gli elettori difficilmente comprenderanno. Per questa ragione il vertice di ieri sera a casa del vicesindaco Marco Causi, dove si sono visti il sindaco dimissionario e il presidente del Pd e commissario del partito dell’Urbe, e solo l’ennesimo capitolo di un romanzo comunale sempre più vicino alla farsa che rischia di finire in tragedia. Perché Marino, ai di là di tutti i possibili ragionamenti, sta trattando la resa, la sua,  chiedendo l’onore delle armi con tanto di exit strategy. Come se il vincitore fosse lui e non lo sconfitta dalla storia e dalle oggettive condizioni in cui versa Roma.  Al summit hanno preso parte anche l’assessore ai Trasporti e senatore del Pd Stefano Esposito, l’assessore alla Legalità Alfonso Sabella, l’assessore e braccio destro del sindaco Alessandra Cattoi e Roberto Tricarico, membro dello staff del sindaco e uno dei suoi consiglieri più fidati. UN conclave più che un vertice. Ma la politica è un’altra cosa, questo è solo suk elettorale, in previsione della prossima tornata amministrativa.

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