Campo largo, mozione unitaria sui conti pubblici: 21 punti base per un programma di governo. Ma già oggi l’opposizione torna a dividersi sull’Ucraina

No allo scostamento per le armi: “riconsiderare radicalmente” gli impegni Nato. Sanità, salario minimo tra i 21 punti del campo largo

Campo largo, mozione unitaria sui conti pubblici: 21 punti base per un programma di governo. Ma già oggi l’opposizione torna a dividersi sull’Ucraina

“La risoluzione delle opposizioni è una traccia di programma. Il no al 5% del Pil per la Nato, il fisco, la trasparenza, la sanità. È un programma di governo ed è sottoscritto da Pd, M5s, Avs, Iv e Più Europa”. Così un sorridente Nicola Fratoianni commentava ieri alla Camera, dopo il voto sul Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), che lo ha visto sconfitto. Ma che in aula passasse il testo della maggioranza era scontato.

La notizia, per il centrosinistra, era un’altra: per la prima volta l’intero fronte progressista, Italia viva compresa, aveva firmato lo stesso documento sui conti pubblici. In poche parole: un testo unitario, condizione assai desueta nel campo delle opposizioni.

Ma tornano le divisioni sull’appoggio a Kiev

E infatti è durata solo un giorno: oggi Giorgia Meloni riferirà alle Camere in vista del Consiglio europeo, e già lì le opposizioni torneranno a presentare ciascuna una propria risoluzione. Un testo unitario è “difficile”, fanno sapere dall’opposizione: il nodo è sempre la posizione sulla guerra in Ucraina.

Lo ammette lo stesso Fratoianni: “Sull’Ucraina non c’è ancora un accordo e ci arriveremo, domani ci saranno risoluzioni diverse. Ma è su un argomento circoscritto”. Circoscritto, però, è anche l’argomento su cui il governo di Meloni è più esposto, nei giorni in cui Donald Trump scarica Volodymyr Zelensky e tratta con Vladimir Putin. E i riformisti del Pd chiedono “maggiore assertività” sul sostegno anche militare a Kiev, cioè l’opposto di ciò che vuole il M5s.

I punti del programma comune

Ma il campo largo preferisce concentrarsi sulle buone novelle. Sui conti, per esempio, l’intesa ieri c’è stata e ha tenuto. Il documento è formato da 21 punti ed è costruito come una vera e propria piattaforma elettorale.

Tra le altre richieste, prevede una “revisione integrale del patto di stabilità” e un piano di investimenti comuni sul modello del Next Generation Eu, “anche ricorrendo a debito comune”. Poi una legge sul salario minimo e un congedo paritario di maternità e paternità pagato al 100%.

Vuole una riforma fiscale fondata sulla “progressività”; una spesa sanitaria allineata alla media europea e pensioni con “nuove forme di flessibilità in uscita”. Infine invoca più risorse per istruzione e trasporto pubblico locale, e lo stop all’autonomia differenziata.

Niente soldi in più per la Difesa

Ma il punto più politico riguarda la difesa. Il governo chiedeva uno scostamento di bilancio: nuovo debito per circa 28,8 miliardi nel 2027-2028, lo 0,6% del Pil, diviso in parti uguali tra energia e armi. Le opposizioni dicono no. Il testo comune impegnava il governo a “riconsiderare radicalmente gli impegni di spesa assunti in sede Nato e scongiurare ulteriori aumenti delle spese per i sistemi di armamento”.

Il nuovo debito, secondo il centrosinistra, va usato solo contro la povertà assoluta, per la sanità pubblica, per famiglie e imprese colpite dal caro energia e per ridurre la dipendenza dai fossili.

Esultano i 5S, mentre Giorgetti parla a un’aula deserta

Il no al riarmo è passato “non più nelle premesse, ma in impegni chiari e netti”, esultano i capigruppo M5s Riccardo Ricciardi e Luca Pirondini, “siamo estremamente soddisfatti”. E, sempre in modo unitario, le opposizioni hanno attaccato il governo sull’immagine dell’aula.

Quando il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha finito il suo intervento, nei banchi del centrodestra c’erano solo sei deputati, circa la metà di quelli del centrosinistra. Un deserto che ha urtato lo stesso Giorgetti: “Questi non vogliono lavorare di lunedì, mi sembra che nemmeno il martedì abbiano tanta voglia…”.

“La maggioranza lo lascia solo, mentre continua a litigare sulla legge di bilancio. Un’aula quasi vuota è la plastica immagine di un governo diviso e senza linea”, hanno commentato le opposizioni.

Alla fine il voto è arrivato e sia alla Camera che al Senato i numeri per il centrodestra sono arrivati. Lo scostamento, che richiede la maggioranza assoluta, è passato con 219 sì e 110 no alla Camera e 109 sì e 61 no al Senato.

Approvata anche la risoluzione della maggioranza sul Dpfp. Giorgetti, lasciando l’aula ha cercato di auto-consolarsi: “Bene, abbiamo vinto”, ha detto. Ma forse qualcosa sta cambiando…