Camusso messa all’angolo

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Di Lapo Mazzei

Ormai sono pronti a tutto. Nella consapevolezza di aver imboccato una strada senza ritorno. E poco importa se il clima politico richiede cautela e sangue freddo, dato che il Paese non può certo permettersi l’ennesimo autunno caldo. Anzi, per essere più esatti, la riproposizione di battaglie sindacali fini a se stesse. Perché dietro alla strumentale rigidità della Cgil, guidata con il pugno di ferro da Susanna Camusso, rispetto alle posizioni assunte dal governo su articolo 18 e riforma del lavoro si cela una battaglia identitaria, se non addirittura elitaria, tanta è la distanza dalla realtà. Perché l’esecutivo guidato da Matteo Renzi avrà pure trovato nel sindacato il nemico da abbattere, il mostro da sconfiggere, avendo bisogno di un soggetto da indicare all’elettorato come l’avversario che ostacola il rinnovamento, coprendo così le proprie manchevolezze, ma è altrettanto vero che la Cgil dà l’impressione di difendere se stessa più che le ragioni dei lavoratori. “La Cgil ha già detto e continua a ribadire che noi inizieremo la mobilitazione. Sarebbe utile per tutti che fosse unitaria ma comunque non ci tireremo indietro”, afferma il segretario generale della Cgil, parlando a margine di un convegno a Firenze. Insomma, il sindacato è pronto a scendere in piazza nonostante tutto e tutti, nella convinzione che dietro all’organizzazione dei lavoratori ci sia anche la minoranza del Pd, quella che prova a ostacolare in tutti i modi l’azione del segretario del partito e presidente del Consiglio. Perché la vera posta in gioco non è tanto il mantenimento o meno dell’articolo 18 all’interno dello Statuto dei lavoratori, ma la tenuta del Pd.

LA FRATTURA
Se la Cgil scende in piazza il partito si divide? Nelle pieghe del dibattito in corso, il vero nodo da sciogliere è questo, non altro. “Se il tema è quello della riunificazione del mercato lavoro, non si possono creare doppi regimi”, spiega la leader del sindacato, “noi continuiamo ad essere convinti che il problema è portare tutto il lavoro italiano ad avere diritti e dignità cosa che oggi evidentemente non ha”. Sullo sfondo, e non si tratta certo di un dettaglio, si stagliano le ombre dei vertici di Cisl e Uil che, di fatto, hanno messo sul piatto della trattativa la loro “apertura” sull’articolo 18, almeno per il contratto a tutele crescenti. E siccome l’agenda prevede un incontro programmato tra i segretari dei tre sindacati confederali, la Camusso prova a uscire dall’angolo sostenendo che “continuiamo a sentirci tutti i giorni, non c’è data fatidica, stiamo discutendo e continuiamo a discutere”. E come narrava un famoso film di Alberto Sordi “finché c’è guerra c’è speranza”.

L’ALLINEAMENTO
Al netto degli aspetti tecnici il confronto-scontro fra governo e organizzazioni dei lavori, assicura visibilità a quest’ultimi. Nel frattempo Palazzo Chigi incassa e rilancia. “L’Italia ha bisogno di una rivoluzione sistematica su tutti i temi principali: il sistema politico, il mondo del lavoro, la giustizia”, afferma il presidente del Consiglio a San Francisco, davanti a ricercatori e imprenditori. Durante il suo intervento Renzi ha inoltre affermato di volere una riforma della giustizia civile che riduca a un anno la durata dei processi di primo grado. Un segnale chiaro quello lanciato dal premier in tour negli Stati Uniti, rafforzato e confermato dalle parole del presidente della Repubblica. Per Giorgio Napolitano l’Italia e l’Europa “sono alle prese con una profonda crisi, economica, sociale: e fanno fatica ad uscirne. Possono uscirne solo insieme con politiche nuove e coraggiose per la crescita e l’occupazione”. E poi l’affondo decisivo: “In questo paese che amiamo, non possiamo più restare prigionieri di conservatorismi, corporativismi e ingiustizie”. Ecco, ora che Renzi e Napolitano sono allineati e coperti, con la minoranza Pd nell’angolo, chi andrà in piazza con la Camusso? Alle brutte rischiamo davvero di dover far i conti con uno scontro culturale più che generazionale…