Candiani accusato di razzismo. Gasparri le prova tutte per salvarlo. Il leghista è indagato per un post contro i migranti. Ma il senatore FI vuole mandare il caso alla Consulta

Stefano Candiani
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Palazzo Madama pronto a salvare il senatore leghista Stefano Candiani da un processo con la pesante accusa di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di istigazione razziale, etnica e religiosi. La Procura di Catania voleva archiviare la vicenda, ma il gip Giuseppina Montuori ha ritenuto più che provato il reato contestato all’esponente del Carroccio, commesso tramite i social network, e ha chiesto sia per lui che per l’assessore comunale catanese Fabio Cantarella la formulazione dell’imputazione coatta, obbligando così gli inquirenti a chiedere i rinvii a giudizio. Sulla vicenda è però ora intervenuta la Giunta delle elezioni e delle immunità di Palazzo Madama e il presidente Maurizio Gasparri, per concedere l’immunità al parlamentare del Carroccio, si è detto deciso a far intervenire la Corte Costituzionale.

IL FATTO. Il caso parte dalla denuncia dell’associazione antimafia Rita Atria circa la pubblicazione su Facebook di un video in cui i due esponenti del centrodestra descrivevano il rione San Berillo come la “patria dell’illegalità”, un “quartiere in mano agli immigrati clandestini”, dove “regnano spaccio, contraffazione e prostituzione”. In molti avevano commentato, riferendosi ai migranti con frasi come: “Metterli nei forni compresi i Ds”, “è bello l’odore del Napalm al mattino”, “Alle docce”, “Maledetti clandestini”, “Buttateli a mare da dove sono venuti”, “Vai con la ruspa” e “Ci vuole il lanciafiamme”.

Secondo il gip di Catania, “a ben vedere appare chiaro che trattasi di espressioni e giudizi fondati su concetti discriminatori e legate alla sola nazionalità o etnia dei residenti il quartiere in questione e non concretamente posti in essere da costoro”. Per quanto riguarda Candiani, sempre il giudice ha poi specificato che ha “manifestato le proprie idee fuori dalla sede parlamentare e fuori dai limiti dell’insindacabilità previsti dall’art. 68 del comma 1 della Costituzione” nei confronti di deputati e senatori, citando un precedente che riguardava Mario Borghezio.

Candiani, sottosegretario agli interni nel primo Governo Conte, il 30 ottobre 2019 è stato, insieme a Matteo Salvini e altri 47 esponenti del suo partito, anche il firmatario di una mozione per arrivare a negare il problema del razzismo, sostenendo che “risulta difficile attribuire al fenomeno razzismo una dimensione di emergenza nazionale, come definito da diversi esponenti politici” e che su tale fronte “l’Italia presenta numeri estremamente minori rispetto ai grandi Paesi europei”.

L’AIUTO. A sollevare il problema nella giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, a cui si è rivolto lo stesso Candiani cercando di ottenere l’immunità parlamentare, è stato il senatore azzurro Adriano Paroli. L’esponente di FI ha criticato la scelta del giudice per le indagini preliminari di non aver sottoposto al Senato la questione di insindacabilità, trovando sponda nella collega Anna Rossomando: “Quando il magistrato ritiene di non poter accogliere l’eccezione di insindacabilità è obbligato a trasmettere gli atti alla Camera competente”. Il presidente Gasparri ha quindi concluso sostenendo che, se non arriverà a Palazzo Madama la richiesta dell’autorità giudiziiaria di deliberazione sull’insindacabilità, “potrebbero esserci i presupposti per un conflitto di attribuzione”. Pronti dunque ad appellarsi anche alla consulta per salvare il leghista Candiani.