Capitali in fuga, ci risiamo

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di Angelo Perfetti

Pane e cioccolata. Un binomio che in Italia non tramonta mai, scelto non a caso nel ’73 come titolo per un film con Manfredi in cui si disegnava bene la possibilità per i ricchi imprenditori nostrani di trasferire capitali nella vicina Svizzera. Una pellicola cult, per un “vizio” ancora oggi attualissimo. A distanza di oltre quarant’anni, infatti, la via della Svizzera è ancora ben tracciata. Lo testimoniano i dati della Guardia di Finanza relativi ai valichi di frontiera. La lotta all’evasione, infatti, non si fa solo con i computer, i dati incrociati delle banche, i conti off shore e i bonifici criptati, ma resiste ancora la vecchia, classica e – se vogliamo – romantica valigia piena d’oro. Nei primi mesi del 2014 sono stati complessivamente sequestrati circa dieci chili d’oro in lingotti. Di solito sistemati in comode valigie, alle volte nascosti più profondamente nelle intercapedini delle auto.

Come i pirati
L’oro va sempre di moda, ma c’è anche chi prova a trasferire – illecitamente, s’intende – un vero e proprio “tesoro dei pirati”. E’ il caso delle 96 monete d’oro (Krugerrand del Sud Africa del peso di grammi 31,103 ciascuna) intercettate dalle Fiamme Gialle di Como, da cui dipendono i principali valichi di frontiera.

L’emorragia
I controlli hanno consentito di intercettare presso i valichi di confine complessivamente valuta per oltre 9,5 milioni di euro. Di questi sono stati sequestrati oltre 640.000 euro, 327.805 euro incassati quale oblazione, e contestate 512 infrazioni alla normativa valutaria. Dai controlli di natura valutaria è stata inoltre acquisita documentazione (estratti conto, libretti di assegni, carte di credito, bancomat, ecc.) attestante una presumibile disponibilità di valuta all’estero per un valore stimato complessivamente per circa 43 milioni di euro, e che costituisce la base per sviluppi investigativi delle posizioni reddituali degli intestatari, che verranno svolte dai Reparti della Guardia di Finanza territorialmente competenti.

Soldi facili
Esiste anche un modo “sicuro” per portare soldi oltre confine; il limite massimo di denaro che può essere importato nell’Unione europea senza dichiarazione, infatti, ammonta a 10mila euro. Sempre più frequenti sono le vetture con quattro o cinque occupanti, ciascuno dei quali ha con sé 9.800 o 9.900 euro. In questi casi le autorità doganali non possono evidentemente né sequestrare né multare le persone, ma informano le autorità fiscali.

Gli escamotage
Ovviamente non si portano più i soldi dentro lo zaino (da cui il nome di “spalloni” per chi trasferisce capitali). Chi vuole puntare su cifre alte in banconote non usa l’auto, che è considerata un tipo di trasporto molto a rischio, così come anche l’aereo. Il più sicuro è il treno, dove il controllo è più difficile. Riempire una ventiquattr’ore destinata oltre frontiera con pezzi da 500 euro è abbastanza semplice. In una valigetta standard riescono a stare fino a 12 mila pezzi, per un valore di 6 milioni di euro. Oltre alla classica ventiquattr’ore, il nascondiglio più gettonato è la cintura modificata, che all’interno contiene una fodera. Poi ci sono le panciere, dotate di sottilissime tasche in cui i biglietti da 500 euro diventano invisibili. Le donne invece preferiscono infilare i soldi nel reggiseno o negli slip. Precauzione non sempre efficace: tra i funzionari della Dogana ci sono molte donne che possono operare una perquisizione, ma in forze ai doganieri ci sono anche i labrador fiuta-soldi.

Avanza il condono fiscale Ma nessuno lo vuole dire

di Maurizio Grosso

Un po’ meno condono, un po’ più sanatoria. Ma le polemiche, su un tema che più sdrucciolevole non si può, non accennano a finire. Sul rientro dei capitali detenuti all’estero, e sulla regolarizzazione di quelli “nascosti” in Italia, il Pd prova a fare una piccola retromarcia. Le condizioni per regolarizzare, così, diventano leggermente più rigide e si riavvicinano allo schema inzialmente seguito dal governo. Il fatto è che al centro della scena c’è il disegno di legge che in queste ore è all’esame della commissione finanze del Senato. Due giorni fa a suscitare le polemiche, e la dure reazioni di Sel e M5S che hanno apertamente parlato di un autenico condono, era stato un emendamento al ddl presentato dal relatore Giovanni Sanga (Pd). Una proposta di correzione che, secondo le accuse, avrebbe reso la cosiddetta voluntary disclosure una specie di condono.

La novità
Ieri lo stesso Sanga ha presentato un subemendamento che a suo dire non fa altro che specificare meglio che il modello da seguire è quello della voluntary disclosure dell’Ocse. Contattato da La Notizia, Sanga ha spiegato che con la nuova proposta di correzione, a differenza del primo emendamento, “si adotta uno schema unico, che varrà sia per il rientro dei capitali detenuti all’estero, sia per la regolarizzazione dei capitali che sono nascosti in Italia”. Lo schema unico in questione, ha aggiunto Sanga, “è lo stesso che fa riferimento al modello Ocse utilizzato da molti altri paesi europei”. Dal punto di vista concreto del meccanismo, “chi riporta i capitali regolarizza la propria posizione pagando imposte, interessi e sanzioni”. Per quanto rigarda gli aspetti penali, poi, “è prevista la depenalizzazione per la omessa e infedele dichiarazione e il dimezzamento delle pene per la dichiarazione fraudolenta”. Ed effettivamente questa è l’impalcatura della versione precedente del testo. Nei giorni scorsi invece, l’emendamento Sanga prevedeva per chi aderisce alla voluntary disclosure l’estensione della non punibilità a due nuove fattispecie di evasione fiscale, ovvero l’omesso versamento di ritenute certificate e l’omesso versamento di Iva, che oggi in base al decreto legislativo 74 del 2000 sono sanzionati con la reclusione da sei mesi a due anni. Insomma, a quanto pare si è tornati alla prima versione del testo chiarendo che la procedura di voluntary disclosure è unica, sia per chi rimpatria capitali esteri sia per chi regolarizza fondi nascosti in Italia. Ma questa precisazione non è tale da far rientrare le polemiche, soprattutto da parte di quei gruppi che ritengono che lo schema configuri comunque un favore inaccettabile agli evosari. D’altro canto se non c’è un apparato di norme di “favore” è a rischio tutto il funzionamento del meccanismo, così come la ben più importante possibilità per lo Stato di recuperare miliardi di euro che ora come ora sarebbero a dir poco fondamentali.

Lo scenario
Di certo il voto sul pacchetto, a questo punto, non può far altro che slittare alla settimana prossima. Lo stesso Sanga ha chiarito che sul tappeto “rimane tutta una serie di emendamenti che proverò a far approvare tra martedì e mercoledì prossimo”. In più c’è anche da capire, ha ancora aggiunto il relatore al ddl, “in quale misura potrà essere recepita la proposta di inserire nel testo il reato di autoriciclaggio”, da molti tecnici ritenuto passaggio indispensiabile per una buona riuscita di tutto il meccanismo di rientro dei capitali. C’è poi tutto il capitolo degli emendamenti che in realtà vorrebbero rendere la procedura ancora più leggera, al fine di renderla ancora più conveniente. Tra le altre si segnalano una proposta di Daniele Capezzone (Fi) e una firmata da alcuni deputati delle minoranze linguistiche come Daniel Alfreider, Renate Gebhard, Albrecht Plangger, Manfred Schullian e Mauro Ottobre. Quest’ultima mira a ridurre del tuto la punibilità per il caso di dichiarazione fradudolenta.